Selezione a cura di M. Sassi - Sudore, di Hayes, B., ilSaggiatore (2025)
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L'idea che l'esercizio fisico faccia bene - che migliori la salute e il benessere generale - è stata una convinzione data per scontata, un truismo addirittura, presente già nell'antica Grecia e a Roma, negli scritti di Ippocrate, Platone e Galeno, così come nell'antico Egitto, in Cina e in altri contesti culturali. II venerato medico indiano passato alla storia come Susruta (vissuto all'incirca fra l'800 e il 600 a.C.) consigliava l'esercizio per mantenere l'«equilibrio» del corpo - e quindi la buona salute - mettendo però in guardia contro l'eccesso di esercizio. Si tratta sicuramente di un buon consiglio.
E tuttavia, per quanto abbiano potuto precorrere i tempi, le opinioni di un medico o di un filosofo dell'antichità sull'argomento non sono in realtà nient'altro che questo: opinioni. Può sembrare sorprendente che la prova indiscutibilmente scientifica dei benefici dell'esercizio sia stata fornita solamente in un periodo relativamente recente. Solo all'inizio degli anni cinquanta infatti alcuni scienziati hanno cominciato a fare ricerche per stabilire se l'esercizio fisico contribuisca effettivamente a far diminuire i tassi di morbilità e mortalità negli esseri umani. Uno dei più grandi pionieri in questo campo è stato Jeremy (o Jerry) Morris, un epidemiologo inglese piuttosto schivo che però, dopo la morte avvenuta nel 2009, quando aveva ottant'anni, verrà descritto in alcuni necrologi come «l'inventore dell'esercizio fisico». Questa è in realtà un'esagerazione. Un titolo più accurato per il professor Morris potrebbe essere «l'inventore del campo della scienza dell'esercizio», anche se, a dire la verità, Morris non aveva all'inizio nessuna intenzione di concentrarsi sullo studio dell'esercizio fisico.
Soffermiamoci sulla sua specializzazione: anche se aveva studiato medicina generale, con un interesse particolare per i determinanti sociali alla base dei problemi di salute pubblica, il professor Morris era diventato un epidemiologo clinico.
Dopo la Seconda guerra mondiale, una questione che aveva destato enorme preoccupazione era stato un drammatico aumento dei casi di malattia coronarica, che nel Regno Unito aveva raggiunto le proporzioni di una vera e propria epidemia. Come nel caso del cancro ai polmoni e dell'ulcera peptica, al tempo la causa esatta della malattia coronarica non era conosciuta. A Morris e ai suoi colleghi della Social Medicine Research Unit - l'equivalente inglese dell'Istituto superiore di sanità - venne il sospetto che il tipo di occupazione svolto da una persona potesse essere un fattore determinante. Morris decise di studiare una coorte di lavoratori di un singolo settore, in cui però le varie mansioni venivano svolte in modi completamente diversi e, cosa altrettanto importante, un campo per cui i dati biomedici sugli impiegati a tempo pieno fossero già disponibili per essere analizzati. Con un'idea che oggi appare ingegnosa, Morris decise di concentrarsi sui lavoratori del settore dei trasporti - in particolare sugli autisti degli autobus a due piani, dei tram e dei filobus. Dal 1949 e per tutto il 1950, Morris studiò circa 31 000 uomini (in base ai dati in mio possesso si trattò effettivamente solo di uomini), di un'età compresa fra i 35 e i 64 anni. Anche se questi uomini lavoravano in coppia su uno stesso veicolo gli autisti stavano tutto il tempo seduti mentre i controllori salivano e scendevano costantemente dai bus o dai filobus e, nel caso degli autobus a due piani, andavano su e giù per le scale interne tantissime volte in un solo turno. Per questi ultimi insomma ogni giorno di lavoro era una specie di allenamento.
Morris e la sua équipe analizzarono tutti i dati disponibili: permessi per malattia di qualsiasi durata, diagnosi rilasciate da medici di famiglia o da reparti ospedalieri, informazioni sia sulla mortalità, ricavate consultando i certificati di morte, che sui pensionamenti anticipati per cause legate alla salute.
Per quanto riguarda le tipologie di disturbi cardiaci, i ricercatori si concentrarono specificamente su casi di angina pectoris (un forte dolore al petto causato da un inadeguato afflusso di sangue al cuore, una spia di possibili ulteriori problemi) e di trombosi coronarica (l'ostruzione parziale o totale di un arteria dovuta a un grumo di sangue) che avevano avuto come esito o un attacco di cuore non fatale o un infarto fulminante. I risultati non lasciarono ombra di dubbio. Nel suo articolo derivato dallo studio, pubblicato per la prima volta su The Lancet il 21 novembre 1953, Morris concludeva che i controllori - che per il tipo di mansione svolta si muovevano molto di più sul posto di lavoro - sviluppavano malattie coronariche in misura molto minore rispetto ai più sedentari autisti, e a un'età più avanzata. I controllori non erano certo immuni da problematiche legate alla malattia, ma riportavano primariamente casi di angina - un sintomo molto meno grave -, e avevano un tasso di mortalità in età non avanzata molto inferiore rispetto a quello degli autisti con cui lavoravano. I casi di infarto fulminante, nel campione di 31 000 lavoratori dei trasporti analizzato, erano più del doppio nel gruppo degli autisti. I risultati di Morris non lo avrebbero direttamente portato a mettere in relazione anche l'esercizio «puro» - l'esercizio fisico che si fa di propria volontà, come lo intendiamo oggi -, con il miglioramento della salute e la diminuzione dei tassi di mortalità. I suoi dati erano limitati solamente allo studio effettuato sul settore dei trasporti, e Morris poteva ritenere che «la maggiore attività fisica insita nelle mansioni dei controllori» aiutasse a spiegare perché questi uomini si mantenevano più in salute rispetto ai loro colleghi al volante. L'attività fisica veniva però individuata come il fattore chiave, determinante, e questo avrebbe contribuito a stabilire un solido punto di partenza per le successive ricerche scientifiche anche sull'esercizio, in relazione sia a patologie cardiache che ad altre malattie. Morris in ogni caso non si fermò qui. I suoi primi risultati lo avrebbero portato a svolgere ulteriori ricerche sul tema. Il suo campione successivo si compose di migliaia di postini e impiegati statali inglesi.
Come aveva fatto anche nel caso degli autisti e dei controllori degli autobus, Morris avrebbe dimostrato che fra i postini, che consegnavano la corrispondenza a piedi camminando per chilometri al giorno e trasportando dei carichi, cera un'incidenza molto più bassa di malattie cardiache che nella loro controparte, gli impiegati, che stando per la maggior parte tutto il giorno seduti in ufficio svolgevano compiti amministrativi, si occupavano di documenti, rispondevano al telefono ecc.
Per pura coincidenza, nel 1953, lo stesso anno in cui apparve il primo articolo di Morris su The Lancet, anche due esperti di medicina fisica e riabilitativa di New York, Hans Kraus e Ruth P. Hirschland, pubblicarono un articolo accademico sull'esercizio che si concentrava su una coorte completamente diversa: bambini e adolescenti dai 6 ai 19 anni.