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Selezione a cura di M. Sassi - Le regole del gioco, di Ottone, P., Longanesi & C. (1984)

Pagg. 147-155

Ho detto che bisogna cercare di capire. Questa, cari ragazzi, è in definitiva la gioia somma dell'intelletto: il momento divino dell'intuizione. La mente, posta di fronte a un oggetto di studio, segue innanzi tutto procedimenti razionali. Raccoglie indizi, li collega, li classifica. Tali operazioni mentali costituiscono un passaggio obbligato, che tutti, a parità di intelligenza, percorrono in maniera abbastanza uniforme. Poi viene il lampo improvviso: la mente compie un salto e afferra la sintesi dei dati che aveva raccolto, in modo del tutto soggettivo e individuale, quindi arbitrario, nel senso che sarebbero possibili sintesi diverse, conclusioni diverse.

Credo che a questo momento creativo si riferisca Nietzsche, nel saggio sui filosofi presocratici, quando afferma che nel sistema di ogni filosofo si interrompe, a un certo punto, il processo razionale, e vi è il salto logico, l'affermazione indimostrabile.
Quello in cui il paesaggio mentale si illumina all'improvviso del bagliore di un lampo, e riusciamo a capire, è uno dei momenti esaltanti della nostra esistenza. Vi sono piaceri sensuali e piaceri intellettuali; di questi ultimi, i più ignorano l'esistenza, e d'altra parte non si possono conquistare se non si possiede una cultura, se non si coltiva l'intelletto. E per questo che mi sembra consigliabile di approfondire le conoscenze della letteratura, delle arti figurative, della musica. Le fatiche iniziali saranno ampiamente ripagate. Ma non si provano piaceri intellettuali se non si esercita e se non si affina la mente. Quando la si allena in un qualsiasi campo, quello di un hobby preferito, essa diventa uno strumento agile, che affronta poi ogni situazione con sveltezza, senza sforzo; come il filosofo greco di Nietzsche, che salta con levità sulle pietre del ruscello.
Abbiamo parlato finora di hobby individuali, che ciascuno può coltivare in solitudine. Vi sono anche quelli competitivi, che consistono nel confronto fra più persone: giuochi di carte, a scacchi, a dama. Anch'essi vanno presi molto sul serio. Il bridge è una scienza, e il caso, che in ogni partita distribuisce le carte in modo diverso, si mischia con regole complesse di comportamento, esposte e analizzate in ponderosi trattati. Hanno torto coloro che considerano il bridge (e gli altri giuochi) un passatempo insulso per signore annoiate. Può essere anche questo; è nostro compito di trasformarlo in qualche cosa di diverso.
Scienziati ed economisti di grande valore hanno dedicato molto tempo al bridge, elaborando sistemi. Abbiamo già spiegato abbastanza a lungo le virtù del giuoco in generale per non meravigliarci che uomini di vasta cultura abbiano preso sul serio questo giuoco in particolare. Da parte mia, né vi consiglio né vi sconsiglio di darvi al bridge, o agli scacchi, perché queste scelte sono di carattere eminentemente individuale, e ciascuno è libero di scegliere i propri giuochi come meglio crede.
Vi sconsiglio tuttavia, con molto calore, di giocare a bridge o a scacchi in modo sbadato e distratto, senza diventare bravi giocatori, perché ne ricavereste soltanto noia, frustrazione e amarezza. Se giocate, giocate bene; giocate come se il bridge, o gli scacchi, fossero la cosa più importante nella vostra vita.
Mi sembra che in conclusione mettiamo sullo stesso piano, con questi ragionamenti, la Nona di Beethoven e una partita a carte. Ma ormai dovremmo essere preparati a simili raffronti: non vi ho già detto che il giocatore di golf e il presidente di una grande società hanno la stessa motivazione, l'uno quando trascorre la giornata a inseguire una pallina bianca sul campo di giuoco, l'altro quando la trascorre nel suo ufficio, circondato da telefoni e segretarie, all'ultimo piano di un grattacielo? Non affermerò certo che Culbertson, autore di un sistema di bridge, sia un genio paragonabile a Beethoven, né che la Nona abbia per l'umanità lo stesso valore di un torneo di carte; ma è vero che l'intelligenza che applichiamo per giocare una partita è, o può essere, totale, come quella con cui cerchiamo di interpretare un'opera d'arte, o di concludere un affare. Se Napoleone, il 2 dicembre 1805, invece che ad Austerlitz si fosse trovato a Parigi, per disputare una partita di whist, forse si sarebbe impegnato in misura minore? Non credo: se ci teneva a vincere, avrebbe impiegato nel whist tutta la sua intelligenza, senza riserve. Soltanto a pochi di noi è data la possibilità di vivere un'Austerlitz; forse che per questo dobbiamo rinunciare a vivere con intensità?
I giuochi intellettuali hanno il difetto di essere sedentari. Chi si raccoglie a pensare ha bisogno di quiete e di silenzio: la stanza cupa e polverosa in cui Faust tenta le sue magie. Fuori ci sono le montagne, le foreste, i prati, il mare. I giuochi sportivi, che si svolgono all'aperto, fra gli elementi naturali, sono i più inebrianti.
Nei paesi nordici, l'aristocrazia e la borghesia cittadina coltivano gli sport da secoli. I primi yachtsmen furono gli olandesi del Seicento, e Carlo II d'Inghilterra si appassionò alle barche quando era in esilio in Olanda. I primi alpinisti furono gli inglesi dell'Ottocento. I professori di Oxford e di Harvard giuocano a golf e a tennis, vanno in barca a vela. Per converso, la nostra borghesia ha sempre preferito le pantofole, e diventa timidamente sportiva soltanto adesso, cominciando a scoprire il piacere dell'esercizio fisico, il gusto del rischio e dell'avventura.
Il ritardo è collegato al tenore di vita? Solo i popoli ricchi sono sportivi, e infatti lo sport si diffonde fra di noi da quando sono migliorate le condizioni di vita. Ma è anche questione di cultura e di tradizioni; la nostra civiltà era cittadina nel Rinascimento, quando eravamo ricchi rispetto agli altri europei.
Certo è che abbiamo ancora molta strada davanti a noi. Ricordo, quando ero a Mosca, un addetto militare che paventava gli inviti a caccia degli ufficiali russi perché non sapeva montare a cavallo. Vedo adesso sui nostri mari una quantità eccessiva di massicci motoscafi plananti, nei quali tutto è automatico, e i cui proprietari danno l'impressione di voler correre a velocità straordinaria, venti nodi, trenta nodi, distruggendo combustibile per il valore di milioni in poche ore, pur di fuggire presto dal mare, sul quale si trovano evidentemente a disagio. I giocatori di golf, da noi, hanno bisogno di scommettere denaro a ogni buca per non annoiarsi. Mi auguro che questi fenomeni siano tipici del noviziato sportivo che stiamo vivendo; sono sicuro che voi giovani sarete migliori.
I giuochi ai quali possiamo dedicarci, l'ho detto, sono innumerevoli. Immagino che sia meraviglioso arrampicarsi su una roccia, scendere sugli sci lungo un pendio scintillante di neve, andare a caccia attraverso vaste tenute nelle umide giornate autunnali, odorose di terra, montare a cavallo su una spiaggia deserta. In ognuno di questi giuochi la concentrazione mentale è completa: durante una scalata, durante una discesa sugli sci, non è consentita la distrazione di un minuto secondo. Forse chi li compie non è consapevole della bellezza della natura; non ha tempo di guardarla. Ma si immedesima nell'ambiente. E la natura gioisce, perché in quei momenti ritrova, secondo l'espressione di Nietzsche, i suoi figli perduti.
Anche fra i giuochi sportivi, come fra i sedentari, vi sono quelli competitivi, il tennis, lo squash, la pallavolo. E richiedono anch'essi la concentrazione della mente, soddisfacendo il primo requisito che un giuoco deve possedere per diventare salvezza esistenziale. Chi segue la traiettoria della palla sul campo da tennis non può pensare ad altro che alla palla, e al modo di colpirla per battere l'avversario. Le preoccupazioni, le apprensioni, le cure, i timori della vita quotidiana sono completamente esclusi; anche il comandante supremo di un esercito, se disputa una partita a tennis alla vigilia della battaglia decisiva, non può pensare allo schieramento delle sue divisioni quando risponde al rovescio del giocatore che gli sta di fronte. Poi, alla fine della partita, una deliziosa stanchezza fisica attenua e ammorbidisce l'assalto delle cure che, provvisoriamente, erano state tenute a bada. Ci si sente meglio; si è più fiduciosi. Se quel generale, alla vigilia dello scontro, si fosse ritirato nella biblioteca per leggere il libro preferito, non credo che ne avrebbe riportato un effetto altrettanto benefico.
Il golf, giuoco prediletto della borghesia medio-alta nei paesi anglosassoni, appendice necessaria (come ho già accennato) di una civiltà avanzata, è notoriamente diabolico. Cominciai a giocarlo in Inghilterra, affidandomi a un giovane istruttore, Robert Frost, ragazzo tranquillo, cresciuto sui campi di giuoco; i Frost erano una dinastia di professionals. Commise l'errore, essendo giovane, di insegnarmi troppe cose in poco tempo. Alla prima lezione mi insegnò l'impugnatura; alla seconda il movimento delle spalle; alla terza quello dei polsi; alla quarta quello dei fianchi; e così via, fino al piede destro e al piede sinistro. Il movimento del golf, detto swing, è tutto artificiale: deve essere costruito in modo innaturale. Ma dura pochi secondi, ed è ovvio che in quei pochi secondi non si riesce a pensare tutte le cose che si apprendono durante le lezioni. Io cercavo invece di pensarci, perché sono, diciamo così, di natura pensierosa (il golf è uno sport per istintivi: un filosofo non sarà mai un buon giocatore). I risultati, all'inizio, lasciavano a desiderare.
Poi, un giorno, mentre mi esercitavo da solo sul campo-pratica, cominciai a colpire bene le palline, una dopo l'altra. Era come se fossi stato visitato dallo Spirito Santo. Avevo scoperto il trucco: bisognava cominciare il movimento di discesa (downswing) dal basso, dal piede sinistro, dal fianco. (Robert me l'aveva detto da un pezzo, ma a certe conquiste si può soltanto arrivare da soli.) Andai a casa felice. Comunicai a tutti quelli che mi stavano intorno che ormai ce l'avevo fatta: avevo imparato a giocare. Non ero più un principiante. Non vedevo l'ora di tornare sul campo per provare ancora il piacere, uno dopo l'altro, di quei bei colpi regolari e pieni. Tornai due giorni dopo. Non azzeccai un colpo solo.
Uccio Prunas, che era ministro-consigliere all'ambasciata di Londra, e col quale passai sul campo di golf le ore migliori, lo diceva spesso: il golf è un giuoco tragico. Aveva ragione: bisogna sempre ricominciare da capo. Si crede di avere raggiunto un certo livello, poi si precipita in basso. Anche i campioni crollano all'improvviso (è chiaro che noi, nei nostri momenti migliori, non ci avviciniamo neppure al loro giuoco, quando crollano: ma questo non li consola). E proprio per questa tragicità che non ci si stanca mai di giocare. Appena può, il giocatore appassionato torna sul campo per riscattarsi, tira fuori la mazza, mette la pallina sul tee, fa alcuni swing di prova, infine si pianta in posizione, si concentra, consapevole di essere guardato fissamente da tutti quanti gli stanno intorno, si avvita su se stesso, e via ... Forse gli va bene, la mazza fa un bel ciak sulla pallina che si alza in aria maestosa, dritta come un fuso, e vola verso il green; forse gli va male, e allora ricomincia la tragedia.
Non dovete credere che la bellezza dell'ambiente in cui si muove, i prati di smeraldo, gli alberi ai lati della pista, il profumo dell'erba tagliata di fresco, l'odore di terra bagnata lo compensino dell'amarezza che prova quando giuoca male. Non si accorge di nulla, e il delizioso laghetto alla terza buca suscita in lui soltanto sentimenti di odio perché vi sono andate a finire, con un tonfo sordo, due palline, ormai irrecuperabili. L'ira provocata da una cattiva giornata è travolgente. E lì che si vede la forza di carattere di un essere umano: «It you can't take golf», dice Don Herold, «you can't take life»: se non sai prendere il golf non sai prendere la vita.
L'avere carattere significa tener duro, persistere nell'avversità. Ma poi viene il colpo buono: allora si mettono a cantare all'improvviso gli uccellini (cantavano anche prima, però il giocatore non li sentiva), il sole sorride fra i rami degli alberi, la vita ridiventa bella. Quando ha finito la diciottesima buca, e va a bere una tazza di tè o un boccale di birra, il giocatore è un uomo felice.