Selezione a cura di M. Sassi - La fatica, di Mosso, A., Giunti Editore (2001)
Pagg. 51-61
Visto da una prospettiva europea, quella che più gli si addice, il lavoro di Mosso risulta un passaggio fondamentale di quel processo di ridefinizione sociale e culturale del lavoro che si dispiega nel corso del lungo Ottocento. Esso gettava le sue più lontane radici nella genesi di un'immagine borghese della produzione e del lavoro, inestricabilmente connessa alla transizione alla società capitalistica. Si pensi alle retoriche lavoriste che fiorirono parallelamente alla rivoluzione industriale contro la pigrizia dei subalterni, ma anche alla polemica anti-aristocratica che prese di mira il parassitismo sociale della rendita e il non-lavoro come strumento di distinzione. Alla dimensione ideologica e filosofica si saldò in seguito una ricerca che si volle scientifica. Il suo itinerario è stato solo di recente ricostruito e meriterebbe maggiore attenzione ed ulteriori indagini. Ben prima della fine del secolo, all'incrocio fra varie discipline e non senza rilevanti finalità politiche e sociali, prese forma in Europa un'inedita scienza del lavoro: gli elementi che vi confluirono furono, come si è visto, molteplici, ma uno in particolare merita un'attenzione supplementare.
La base del ragionamento, la metafora che riassume il salto di paradigma è quella del motore umano. Non più il meccanicistico homme machine della tradizione illuministica, che pure aveva sciolto la metafora cartesiana dall'originario impianto dualistico, ma un più complesso modello. Sortì direttamente dalla nuova percezione dell'universo proposta a metà Ottocento dalla termodinamica: una gigantesca dinamo o macchina a vapore. II lavoro meccanico si poteva ridurre alle entità intercambiabili di calore e moto, espresse nel linguaggio dell'energia, che stabiliva l'equivalenza e convertibilità di forze finora disgiunte. Il primato della fisica permise una disseminazione che investì l'intero mondo culturale del tempo e sotto il segno della svolta semantica energetista caddero le barriere fra natura e società. A più livelli protagonista di questa stagione rivoluzionaria fu Hermann von Helmholtz. Il suo contributo alla formulazione del principio della conservazione dell'energia è noto e sue sono le prime ricerche fisiologiche che tentarono di estenderne il dominio al vivente. Meno conosciuto invece è l'aspetto ideologico della sua vasta attività. In una serie di letture popolari e scritti degli anni Cinquanta e Sessanta la nuova immagine del lavoro si disegnò con nettezza, facendo di Helmholtz il "primo grande filosofo borghese della forza-lavoro”. Il lavoro umano divenne dispendio quantitativo, a sottolineare il peso della pura erogazione di energia, oltre la volontà, gli scopi, la tecnica e l'abilità. Accanto ad Helmholtz va segnalato il contributo di Marx, che fece dell'Arbeitskraft uno dei cardini della propria elaborazione della maturità: medesimi i presupposti, ma ritorta contro la società capitalistica l'analisi 'scientifica' che ne derivava. A livello più generale, il paradigma della forza-lavoro permetteva, per la prima volta nella storia, di uscire dal terreno moralistico della spiritualizzazione o della deprecazione dell'attività lavorativa e dei soggetti che ne erano protagonisti: la radice della resistenza allo sforzo non si doveva cercare nei vizi dell'operaio (pigrizia, intemperanza, rifiuto), ma nelle proprietà fisiche della fatica. Dalla conservazione dell'energia sorse allora una nuova etica sociale, volta ad eliminare gli sprechi ed ottimizzare le prestazioni: il produttivismo trovò così una legittimazione nel cuore stesso della Natura. L'esaurimento dell'energia diventò quindi il principale ostacolo sulla via del progresso e oggetto di indagine e riflessione: ne troviamo traccia persino nella letteratura, da Baudelaire a Balzac, nella filosofia di Nietzsche e nei primi passi dell'allievo viennese di von Brücke destinato a maggior notorietà, Sigmund Freud. Mentre in psicologia si assisteva all'ascesa della neurastenia, concepita come esaurimento del sistema nervoso, al centro delle patologie psichiche, nell'ultimo trentennio del secolo anche i fisiologi scoprirono la fatica: dopo aver tentato le strade dello Stoffwechsel e del bilancio alimentare, della termodinamica muscolare e della chimica della contrazione, una delle punte avanzate della ricerca approdava alla scienza della fatica. Alla quale si affidò l'indagare del versante meno rassicurante della nuova dottrina energetista, quell'esaurimento della forza tendente all'inerzia che da poco aveva ricevuto il suo nome ufficiale in termodinamica, l’entropia.
Accanto a Marey, che tematizzò apertamente il movimento umano in termini meccanici e nelle sue ricerche anticipò lo sbarco in Europa degli studi di Taylor, Mosso fu uno dei capostipiti delle ricerche che consentirono di materializzare il lungamente teorizzato approccio scientifico al corpo-al-lavoro. Nella sua indagine, che pure non contemplava l'immagine del motore umano, il paradigma energetista giunse a maturazione speri-
mentale e proprio sul terreno più delicato, quello della fatica. Le leggi di Mosso tentarono di oggettivare il fenomeno e contribuirono a definire un campo di ricerca destinato a lunga fortuna. Il testimone passò presto ad altri studiosi e più moderni contesti: il social-helmholtzismo da impresa di ricerca individuale si fece questione politica e i laboratori tentarono un più diretto contatto con la fabbrica. Una seconda generazione di studiosi in Francia, Belgio e Germania raffinò le intuizioni di Mosso: Ernest Solvay, Josefa Joteyko, Armand Imbert, Jules Amar, Nathan Zuntz, Emil Kraepelin, Hugo Münsterberg e lo stesso Max Weber. Addirittura, il paradigma dell'avvelenamento toccò il suo apice nel sogno visionario del fisiologo tedesco Wilhelm Weichardt, che nel 1904 concepì e in seguito sperimentò a lungo un vaccino contro la fatica, una via chimica all'eliminazione degli inconvenienti dello sforzo lavorativo.
In quegli anni Mosso, pur attento alle novità, proseguiva il suo itinerario di ricerca e divulgativo, concentrandosi sul cervello e sull'alta montagna in sede fisiologica e sull'educazione fisica quale oggetto di battaglia ideologica. La fatica, come si è segnalato, resta al centro del suo interesse, ma in una variante più vicina ai modelli classici del lavorismo all'italiana. La multiforme scuola mossiana, che aveva contribuito anche alla formazione di uno dei primi docenti universitari di Psicologia, Kiesow, non cessava di produrre risultati, ma il contributo italiano alla scienza del lavoro rientrò in secondo piano. Mentre gli allievi di Mosso intensificavano le loro ricerche, e Zaccaria Treves offriva una prima sintesi manualistica di fisiologia del lavoro, dall'America giungevano le avvisaglie della sfida taylorista: molti i punti in comune e certo medesima la matrice storica, ma significativa la differenza sostanziale di approccio. La ben più materiale produttività del lavoro e non l'astrazione del dispendio energetico dovevano informare la scienza della fabbrica. Nel dopoguerra i fisiologi storceranno il naso dinanzi a tale agnosticismo, che faceva a pezzi la loro competenza disciplinare. La ricerca italiana, complice anche il clima politico e la riproposizione di una via cattolica all'indagine scientifica, preferì concentrarsi ancora sul fattore umano e sui modelli attitudinali della psicotecnica. Ma questa è una storia disciplinare che ci porta fino al fascismo e agli anni Trenta. Conviene fare un passo indietro e cercare di allargare la prospettiva.
Ancora nel 1907 Niceforo riprendeva le tesi di Mosso sulla fatica come avvelenamento, estendendole fino ad implicare nell'alterazione i centri di inibizione. Ma il quindicennio trascorso dalla comparsa del pionieristico lavoro del fisiologo di Chieri aveva visto, ben oltre l'ambizioso programma dello studioso siciliano per un'antropologia delle classi subalterne, numerose discipline confrontarsi con i problemi dei lavoratori. In particolare, nonostante il ritardo nell'elaborazione di una legislazione sociale, in Italia fiorivano gli studi di medicina del lavoro. L'ipotesi di Niceforo, come è stato notato, evidenziava tutta la propria politicità nella proposta di un nesso diretto fra i livelli salariali e quelli ritenuti 'biologici' della produttività: radicalismo che confermava quella sorta di supplenza esercitata in Italia dalle discipline medico-antropologiche, in assenza o nel rifiuto di una mediazione sociologica. Più attenta ai condizionamenti ambientali, sui quali al contrario polemizzava instancabilmente lo statistico Niceforo, fu l'ampia base della professione medica, forte di una tradizione di condotte e segnata da difficili condizioni di vita, due elementi che favorirono l'attenzione alla concretezza dei determinismi sociali e delle loro distorsioni. La riforma sanitaria, approntata sotto l'egida crispina nel 1888, al termine di una discussione che perdurava da decenni, e la conseguente direzione Pagliani della Sanità pubblica, supplirono solo parzialmente allo scarso impegno istituzionale in materia di tutela delle classi lavoratrici. Da tale esperienza, che conferisce una certa "originalità" al caso italiano, traeva probabilmente forza quell'effervescenza igienista di fine secolo, della quale fece parte a pieno titolo anche il corposo impegno sul terreno del lavoro fiorito entro la medicina sociale. Sull'onda di una riattualizzazione del messaggio di Ramazzini la fatica veniva allora affiancata da un'ampia gamma di malattie professionali specifiche: la patologia del lavoro, dalle prime e disperse inchieste postunitarie, aveva conosciuto una straordinaria maturazione, sia scientifica che politica. Tra i tanti paradossi di quella stagione, che vide l'Italia all'avanguardia negli studi, vi è senza dubbio la marginalizzazione sociale delle ricerche di fisiologia sperimentale, che altrove si trovavano ad interagire con altre discipline nell'elaborazione di inchieste, disegni di legge, proposte di lavoro e intervento. È probabile che tale difficoltà a misurarsi più a fondo con la dimensione sociale abbia contribuito all'arroccamento disciplinare, che paradossalmente consentì alla fisiologia del lavoro di proporsi quale alternativa nazionale al taylorismo: i problemi della fatica si sarebbero dovuti risolvere mediante una sapiente distribuzione delle qualità umane lungo il processo produttivo, grazie al sapere psicotecnico del fisiologo.
Era forse tale esito inscritto nella stessa elaborazione del capostipite Mosso? In assenza di un sufficiente tessuto di ricerca, le conclusioni che qui si sono via via tratte hanno sovente il carattere dell'ipotesi e anche in questo caso a nostro avviso la risposta va meditata. Le uniche realizzazioni istituzionali del fisiologo piemontese sono sedi accademiche, in primo luogo i nuovi laboratori di Corso Raffaello. La sua interazione con il mondo del lavoro raggiunse il culmine nello studio e nella progettazione di rimedi pratici al problema dell'asfissia in galleria, alla quale andavano incontro i ferrovieri. Quanto alla fatica, ci restano solo le indicazioni del volume del 1891. Lo sguardo dello scienziato illuminava il duplice danno che la stanchezza apportava alla produttività e alla salute operaia, deducendolo non tanto da valutazioni empiriche, ma dalle leggi oggettive del lavoro muscolare. A ciò va aggiunta la preoccupazione di possibili effetti eversivi della miseria: una via conservatrice al riformismo sociale che piacque a non pochi esponenti dell'Italia liberale, tanto che si potrebbe parlare di un Kathedersozialismus nostrano. Anche senza raggiungere gli eccessi del lavoro minorile nelle solfatare siciliane, ove si poteva ravvisare una vera e propria "degenerazione della razza" (VII.3), gli studi di igiene sociale mostravano che ovunque i corpi delle classi agiate risultavano più sani e meglio sviluppati di quelli dei subalterni e la fatica rientrava tra le determinanti di tale inferiorità. Se si volevano evitare tanto il deperimento del patrimonio biologico della nazione che la riedizione delle guerre schiavili dell'antichità bisognava correre ai ripari. Inquietava le coscienze illuminate che non si trattasse di residui feudali o di arbitri padronali: era lo sviluppo della società moderna a riproporre il flagello della fatica e l'ingiustizia di ampie diseguaglianze. Le pagine di Mosso, che colse e drammatizzò la rottura della rivoluzione industriale, assegnando al vapore e al sistema di fabbrica un ruolo periodizzante, sono emblematiche della ricezione italiana del fenomeno. Altrove da parecchi decenni ci si confrontava con la questione operaia, mentre solo a fine secolo essa fece irruzione negli equilibri italiani e all'ammirazione per i prodigi del macchinismo, fonte di potenza nazionale, si andò associando il timore per i suoi effetti dilaceranti sul corpo sociale e sulla salute operaia. Per Mosso nemmeno i socialisti - e tra essi neppure il Marx de Il capitale, al quale dedicò qualche nota - erano riusciti a dar conto dei mutamenti e a spiegare il nesso fra macchina ed esaurimento psicofisico. Perciò urgevano “nuove indagini fatte da uomini intendenti e da fisiologi, senza preoccupazioni politiche, né umanitarie, né sociali” e occorreva che i tema venisse "studiato con maggior scrupolo scientifico, con tutta l'esattezza di una ricerca fisiologica”. La candidatura era netta e il fine, una volta dissipati gli inevitabili equivoci, schiettamente riformista: si trattava di "studiare i mezzi, perché la proprietà si divida senza fare violenza, perché chi dà il lavoro lo conceda in virtù di leggi umane, perché chi lo riceve non diventi uno schiavo, perché la razza umana non degeneri sotto l'usura della fatica" (VII.6). Il conflitto sociale, più temuto che esaminato, restava sullo sfondo. L'autonomia delle classi subalterne era l'innominabile altro da esorcizzare. Di conseguenza i soggetti dell'azione dovevano essere le classi dirigenti, alle quali l'intellettuale offriva le proprie credenziali. Ma anche senza voler considerare l'inasprimento dei conflitti e le vicende della soggettività politica operaia, quell'idea di soluzione scientifica dei problemi sociali e di gestione della fabbrica poteva avere qualche chance in paesi ove esisteva un progetto borghese industrialista e progressivo, con una gestione conseguente del potere statale. Non è difficile rendersi conto che quel paese non poteva essere l'Italia. Non passibile di quantificazione medico-legale nel nascente apparato burocratico dell'assistenza di Stato, la fatica venne infine ricacciata nei sofisticati laboratori dei fisiologi, che ne serbarono gelosamente il monopolio. Mentre la patologia del lavoro individuava una costellazione di malattie specifiche, l'enfasi sulla fatica come fenomeno complessivo poteva trovare spazi di dicibilità pubblica solo in presenza di un vasto movimento di razionalizzazione produttiva o, all'opposto, offrendo strumenti alla polemica socialista. Né l'una né l'altra erano strade percorribili, non solo dallo studioso di Chieri, ma nemmeno dalla fisiologia italiana tra Otto e Novecento nel suo complesso. Rispetto al socialismo Mosso era stato esplicito. La posizione espressa nella Fatica merita una citazione: "È certo che la società subisce ora un’evoluzione rapida e profonda, intorno alla quale è impossibile ogni previsione. Ma non sarà mai che si trovi un organamento nella società, nel quale gli uomini non abbiano a faticare, nel quale non si distinguano quelli che lavorano con le braccia da quelli che lavorano col cervello […] È una legge della natura che i deboli obbediscano ai forti, e i più forti siano guidati da coloro che sono più abili e più astuti. Chi nasce con più ingegno, e squisitezza di senso, sarà sempre colui che comanda: perché l'oculatezza, la perseveranza, la prudenza, la temperanza, l'attitudine ad adattarsi e la svegliatezza della mente non sono doni che la natura regali a tutti gli uomini, e chi nasce con essi saprà farsi obbedire [...] La scomparsa delle differenze sociali è sfortunatamente un sogno, più assai che non sia la fratellanza universale dei popoli" (VII.6). Con qualche oscillazione di dettaglio, la sua posizione andrà irrigidendosi nel corso degli anni. Ma la confusione, non solo italiana, fra socialismo come progetto rivoluzionario del proletariato e socialismo come evoluzione, naturale o indotta, della stessa organizzazione capitalistica verso assetti più equi in sede distributiva (o semplicemente meno privatisti nella gestione), darà luogo a curiosi equivoci, il più emblematico dei quali è forse quello di Achille Loria. È comprensibile che la "Critica sociale" tendesse ad arruolare intellettuali al proprio progetto e sostenesse quindi che La fatica non era solo "un'opera utile dal lato scientifico, ma un'opera buona dal lato umanitario". Ma si spingeva un passo oltre allorché torceva le argomentazioni mossiane fino al punto in cui la fisiologia veniva confermando la giustezza della "domanda insistente delle classi operaie d'una riduzione della giornata di lavoro". Zerboglio forse non conosceva personalmente lo scienziato che qualche anno prima aveva racchiuso in una limpida formulazione una risposta anticipata alla sua illusione. Perciò gli pareva "strano" che, accanto a tali presunte convalide, Mosso potesse ridurre le esigenze di giustizia e riforma sociale del movimento operaio all'astratto egualitarismo comunista. Ben coerente, invece, era Mosso, che nel 1887 al cospetto di re Umberto, si era premurato di specificare:
"Ma dobbiamo noi dunque fuggire la fatica per timore di avvelenarci?
È veramente la stanchezza una triste necessità ed un male che dobbiamo sopportare nostro malgrado, come altri mali della vita?
È giusto che si debba ridurre il lavoro a quel minimo che basta per campare?
La fisiologia risponde: no; perché il riposo e l'inerzia atrofizzano e deteriorano gli organi; l'esercizio li sviluppa, e li rinvigorisce”.
L'equivoco di un Mosso socialista d'altronde non era veicolato solo dall'estrema sinistra. Lo stesso Nitti, recensendo un saggio pubblicato su una rivista parigina da Napoleone Colajanni, mostrò di ritenerlo tale: lo scarso spessore teorico del socialismo italiano, era a suo dire bilanciato dall'adesione massiccia di intellettuali, e in "ogni università italiana il socialismo recluta ormai i suoi seguaci fra gli economisti, i giuristi, i fisiologi più insigni”. Se quelli contestavano dalle fondamenta l'economia classica e il diritto privato, questi ultimi elencavano “arditamente tutti i danni che il sistema individualista ha portato alla razza, all'organismo umano, alla civiltà stessa”.
Equivoci a parte, se l'esito socialista era interdetto per profonde ragioni ideologiche, l'unica alternativa praticabile per un ruolo sociale della fisiologia del lavoro era l'esistenza di una forte corrente politica che mirasse alla congiunzione del benessere operaio con la crescita della ricchezza generale. Proprio Nitti rappresentò la punta di diamante di un riformismo del capitale che non temeva il confronto aperto col movimento operaio e propose anzi di scavalcarne le rivendicazioni assumendosene direttamente la realizzazione. Sotto la sua direzione "La riforma sociale" degli anni Novanta divenne uno straordinario laboratorio: ad una borghesia riottosa e intrisa di modelli tradizionali, la rivista contrappose una progettualità a suo modo visionaria, affascinata dalla potenza del capitalismo e fautrice di una modernizzazione di stampo europeo. Non è questa la sede per soffermarsi sulla natura e gli esiti della proposta nittiana. Ma merita di essere sottolineato che in Italia fu il giovane intellettuale lucano ad incarnare più di ogni altro le prospettive politiche della nuova scienza del lavoro: in tal senso l'elaborazione di Mosso risultò essenziale ai suoi studi. Sin dalla prolusione napoletana del dicembre 1893 Nitti espose un progetto di ricerca che era anche una proposta politica: un circolo virtuoso, indagato a fondo negli anni successivi, univa migliore alimentazione, alti salari, innovazione tecnica e riduzione dell'orario di lavoro, in una prospettiva riformista e produttivista. Contro la fatica, anche se meno dettagliatamente e con maggiore verve polemica, si schierò anche un altro futuro radicale: ma la diversa formazione portava Guglielmo Ferrero ad insistere, più che sugli aspetti fisiologici ed economici, sulla noia che scaturiva dall'indifferenza per la produzione in regime capitalistico. L'età giolittiana confermerà le ambiguità dell'allineamento di fine secolo fra socialisti, radicali e borghesia liberale: non sarà nittiano, né in altro modo organico, il profilo del riformismo del primo Novecento, che al produttivismo preferirà una meno traumatica politica della mediazione e dell'equilibrio.