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Selezione a cura di M. Sassi - La cultura dello sport, di Bausinger, H., Armando Editore (2008)

Pagg. 151-2

La prestazione nello sport e lo sport da prestazione vengono criticati innanzitutto perché la creazione di una graduatoria negli sport, apparentemente innocua, fornisce un modello che legittima una società basata sulla prestazione. Anche nelle questioni sociali, e nell'economia specialmente, ciò che è decisivo è il rendimento.

Il concetto di società basato sul rendimento è stato contrapposto alle incrostazioni della società basata sui ceti, e il momento che vi gioca il ruolo più importante è il concetto di uguali opportunità. Chiunque però sa bene che questo principio non si è mai pienamente realizzato. Si racconta che, nel suo riformatorio di Dessau, il filantropo Basedow avesse stabilito che due giorni alla settimana l'ordine dei ranghi e dei posti a sedere dovesse corrispondere alla provenienza sociale, nei due giorni "della ricchezza" la graduatoria avrebbe seguito la quota della retta scolastica e solo nei due giorni "del merito" ci si sarebbe orientati sul rendimento scolastico (Eichberg 1973, 117). Potrebbe essere qualcosa di più di un'analogia provocatoria, se solo si notasse che questa tripartizione corrisponde ancora alla situazione attuale.
Ciò che comunque decide sul merito nella società della prestazione, non è la prestazione, quanto il successo. Direi dunque che da un punto di vista critico, si può parlare di società del successo. Una gara sportiva disputata lealmente non è, insomma, l'immagine ideale per dare un quadro della vita e della sopravvivenza nella società moderna e postmoderna; anzi, bisognerebbe chiedersi se i principi della società del successo non abbiano pregiudicato sensibilmente lo stesso sport. Gunter Gebauer ha proposto di operare una distinzione tra prestazione da azione e prestazione da rappresentazione. L'una è la prestazione dell'atleta; l'altra ciò che uno ne fa. Come è evidente però, non a tutti è offerta la stessa possibilità e opportunità: se uno sportivo sconosciuto si trova a disputare una partita a tennis o uno sprint contro Alfred Biolek, Mutter Beimer o Verona Feldbusch, ha senz'altro tutte le possibilità di vincere, ma non quelle di essere preso in considerazione.
I principi della società del successo si ripercuotono sullo sport anche per altre vie (Weiss 1999). La relatività delle prestazioni scompare completamente dietro la pretesa di assolutezza avanzata dalle classifiche e dalle graduatorie. Nel XIX secolo si usava tener conto del peso e delle dimensioni fisiche dei ginnasti, degli atleti del salto in alto, del salto in lungo e delle altre discipline. Oggi si discute di queste differenziazioni, ma vi si dà scarsa rilevanza: chi è intenzionato a fornire una prestazione speciale nel salto in alto deve solo portare con sé un bel paio di gambe lunghe. Si cerca il successo con qualsiasi mezzo - ciò purtroppo va preso molto alla lettera - e lo si orienta con mille manipolazioni. Sarà infatti il budget economico disponibile a influire pesantemente sul successo e sulla sconfitta.
Una critica ulteriore, sulla quale desidero soffermarmi un po' più a lungo si riferisce alla concentrazione sulla prestazione: questa ultima fa sì che altri valori e implicazioni dello sport vadano in secondo piano. Si potrebbe anche dire che il concetto di prestazione è ricondotto ad una parte ridotta del suo significato.
Una delle migliori pubblicazioni sulla prestazione apparsa negli ultimi anni potrebbe essere il volume, inchiesta di Frigga Haug ed Eva Wollmann dal titolo La prestazione è sessuata? mentre il sottotiolo recita Le esperienze delle donne (1993). Il volume illustra i risultati di alcuni seminari tenuti all'università di Berlino, nei quali donne di varia provenienza si sono confrontate sul tema della prestazione. Le testimonianze sono molto differenti tra loro; ma è possibile constatare la regolarità con cui le donne concepiscono e definiscono la prestazione rispetto agli sportivi della competizione o ai sociologi esperti della prestazione. Certo, la maggior parte di loro è convinta che la disciplina e l'autodisciplina, presupposte dalla prestazione, sono spesso esercitate a scapito del benessere personale, e che l'intensità e l'idea di una prestazione sono direttamente proporzionali all'intensità della sofferenza che ha procurato l'impegno. Colpisce però che le donne non hanno dato importanza all'orientamento al successo né soprattutto alle questioni di carriera; né nutrivano interesse a fornire prove di rendimento nei campi tradizionali della formazione e della qualificazione professionale. Parlando di prestazione immaginavano innanzitutto il superamento di paure, di complessi di inferiorità; veniva menzionato di frequente anche il lavoro relazionale di ogni tipo, dalla capacità di affrontare una crisi coniugale al superamento dei problemi dopo una separazione. Tutti questi sono aspetti che non emegono affatto da una definizione convenzionale di prestazione.


Eichberg H., Der Weg des Sports in der industriellen Zivilisation, Baden-Baden, 1973.
Haug F., Wollmann E. (a cura di), Hat die Leistung ein Geschlecht?, Hamburg, 1993.
Weiss O., Einführung in die Sportsoziologie, Wien, 1999.

???? HERMANN BAUSINGER (1926-1921), scienziato culturale tedesco, fondatore del Ludwig-Uhland-Institut fuer empirische Kulturwissenschaft, è stato professore emerito all'Università di Tubinga.