Selezione a cura di M. Sassi - Dalle lucertole all’uomo. Storia naturale dell'azione, di Tomasello, M., Raffaello Cortina Editore (2023)
Pagg. 156-7
I primi individui umani stabilirono impegni congiunti e li autoregolarono autorizzando ciascuna parte a richiamare l'altra a favore dell'agentività congiunta (mediante protesta) nel caso di trasgressioni. A quel punto, nell'agentività collettiva di un gruppo culturale con tutti i tipi di convenzioni e di ruoli culturali come parte del terreno culturale comune, sorsero aspettative collettive rispetto al comportamento individuale, conosciute anche come norme sociali, che fungevano da autoregolatori.
Tutti i gruppi culturali umani moderni avevano (e hanno) norme sociali, perlomeno per autoregolare attività in cui potrebbero avvenire conflitti dannosi per il gruppo, per esempio nella suddivisione delle risorse o nell'accesso ai partner (per una rassegna di prove relative, vedi Tomasello, 2016).
E, soprattutto, il "noi" regolativo di una norma sociale era l'agentività culturale nella sua totalità: ognuno si aspettava che tutti nel gruppo culturale si conformassero alle sue norme e alle sue convenzioni (e loro si aspettavano che ognuno si aspettasse che loro si conformassero). Le norme sociali riguardano la conformità ai modi del gruppo e, se il gruppo deve funzionare in modo regolare, ognuno deve impegnarsi a seguire quelle norme e a richiamare i trasgressori per il bene del gruppo.
È chiara la ragione per cui gli individui dovrebbero seguire norme culturali - per essere accettati dal gruppo e per evitare sanzioni - ma non è altrettanto chiaro perché dovrebbero imporne il rispetto agli altri. Dopotutto, sanzionare è rischioso se il trasgressore si oppone. Ma persino i bambini di tre anni impongono sistematicamente le norme sociali agli altri. Per esempio, i bambini dicono agli altri che non dovrebbero danneggiare i giocattoli di qualcuno o che dovrebbero svolgere un gioco nel modo convenzionale (per una rassegna, vedi Schmidt, Tomasello, 2012). Soprattutto, se il trasgressore è un membro in-group (identificato dal suo linguaggio), i bambini lo costringono a uno standard più elevato, presumibilmente perché egli fa parte del terreno culturale comune del gruppo e quindi dovrebbe sapere meglio come stanno le cose (Schimdt et al., 2012). I bambini dai tre anni in su - e quindi per inferenza i primi umani moderni - impongono il rispetto delle norme sociali perché capiscono implicitamente che sono il mezzo con cui il gruppo regola sé stesso. Quali membri del gruppo che hanno a cuore il suo destino, i bambini richiamano i membri in-group la cui non conformità mette in pericolo il regolare funzionamento del gruppo. Far rispettare le norme significa prendersi cura del benessere del gruppo facendone rispettare le norme, collettivamente intese, riguardo al comportamento individuale. Si costituisce così una nuova forma collettiva, a livello del gruppo, dell'autoregolazione "noi > me" di tutte le agentività condivise.
Curiosamente, i bambini piccoli, prossimi all'età scolare, spesso creano nelle situazioni di gioco le proprie norme sociali e poi le impongono agli altri (per esempio, Hardecker et al., 2017). Tutto questo suggerisce che la forza delle norme sociali nei bambini in età scolare (e il discorso vale anche per i primi umani moderni) deriva non tanto da una qualsiasi forma di autorità, quanto dagli accordi sociali che hanno creato quelle norme. Pertanto, anche i bambini piccoli intendono le norme sociali come create dal gruppo, come impegni a livello del gruppo che "noi" usiamo per autoregolare "noi stessi". E poiché "noi" le abbiamo fatte, esse sono legittimi autoregolatori della nostra condotta. L'interiorizzazione del processo di autoregolazione "noi > me" a livello di gruppo induce quindi gli individui a provare, oltre che una responsabilità verso un partner, un obbligo verso il gruppo culturale e i suoi standard normativi, e persino a sentirsi colpevoli per le trasgressioni contro quegli standard. "Noi" autoregoliamo collettivamente tutti, compreso me stesso.