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Selezione a cura di M. Sassi - Coaching Guardiola, di Violan, M.À., Antonio Vallardi Editore (2014)

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Cominciai a scrivere questo libro poche settimane dopo che Pep Guardiola ebbe assunto l'incarico di allenatore del Barcellona, nell'estate del 2008.
Già allora la testa mi diceva - e il cuore me lo confermava attraverso i suoi misteriosi meccanismi - che quell'uomo tutto d'un pezzo di Santpedor (Bages), giovane e in passato giocatore squisito formatosi nella cantera del Barça, era diverso e, semplicemente, era destinato alla gloria. Era l'eletto.

Un eletto, però, per qualcosa di più che la sola gloria sportiva: la gloria civile. Mi sentivo che sarebbe potuto diventare un modello di valori. Un esempio da seguire.
I mesi successivi mi avrebbero dato ragione. Arrivarono trionfi e imprese di ogni tipo, socialmente entusiasmanti, certo, ma in fondo in fondo episodici.
Per me la più grande scoperta fu vedere in quel ragazzo esile e ormai irrimediabilmente calvo la personificazione del senso comune. Sarebbe a dire, un'applicazione civica del senso comune e dell'arte di amare.
Un pranzo con la cantante Nina nel ristorante dell'Ateneu di Barcellona, in calle Canuda, mi aprì infine gli occhi. Ella mi disse:
«Miquel Àngel, tutto ciò che ammiri di Guardiola è semplicemente quello che i nostri nonni ci insegnavano da piccoli: che la vita è fatica, sacrificio, superamento dei propri limiti, lavoro costante.»
Aveva ragione. Era tutto quello che mi diceva lei più un'abbondante dose di senso comune, «il meno comune dei sensi», come recita il popolare modo di dire spagnolo.
Mi resi conto che quelle imprese sportive potevano essere occasionali, episodi a uso e consumo dei media, più attenti ai loro calcoli su come sfruttarle piuttosto che a un'autentica preoccupazione civile, e mi resi anche conto che questo era pericoloso.
Guardiola ci indicava un cammino che meritava di essere seguito. I suoi successi costituivano quello che nel linguaggio del management chiamiamo effetto dimostrazione, cioè un'esperienza di successo che rende palese la strada che bisogna seguire.

Nei due anni precedenti l'uscita di questo libro, sono riuscito a seguire le imprese e le vicissitudini di quello che simpaticamente viene chiamato Pep's Team, e le dichiarazioni di Guardiola, le reazioni della stampa, i commenti che sono apparsi dentro e fuori dalla Catalogna, le opinioni di personaggi importanti nel campo del management, della cultura e di altri settori diversi dal calcio.
Il mondo delle imprese mi risulta particolarmente affine grazie alla mia formazione e alla mia esperienza come dirigente e ora come professore nelle business school.
In questo senso, mi viene in mente per esempio quello che mi disse per telefono il professore di comportamento organizzativo della IESE Business School e famoso conferenziere Santiago Alvarez de Mon:
«Io non sono catalano e per di più sono madridista, ma mi tolgo il cappello di fronte a Guardiola.»
Il risultato delle mie ricerche ha rivelato che sono molte le persone, in lungo e in largo per tutta la Spagna, che si tolgono il cappello: Pep Guardiola mette in pratica valori umani che dimostrano la loro efficacia nella gestione della squadra. Al primo posto fra questi valori c'è il senso comune, sempre legato alla conoscenza della psicologia delle persone: bisogna conoscerle per volergli bene e - per quanto possibile - stimolarle a un miglioramento continuo. Eccola la sua immagine di leader trasformatore. Di miglioratore degli individui.
Quello di Pep è un messaggio incredibilmente umanista (vale a dire che confida nella capacità della gente di migliorare) e va ben al di là del calcio inteso come semplice spettacolo per le masse. È volontà di perfezione, o pep-fezione, se mi si permette il gioco di parole.
È un'ideologia, un metodo, un insieme di comportamenti degni di essere estesi a diversi ambiti: le imprese, le ONG, le Amministrazioni pubbliche, la classe dirigente ... e di essere applicati particolarmente nelle scuole e nella comunità educativa. Quanto può arrivare a essere importante il ruolo degli educatori!
Un buon criterio per valutare il progresso di una società è il riguardo con cui tratta i suoi membri. E in questo né la società catalana né quella spagnola stanno facendo passi avanti adeguati. In nessuna direzione.
Chi non si rende conto che dietro il coaching di Guardiola ci sono tonnellate e tonnellate di lavoro estremamente esigente e costante finisce per non capire niente.
Chi è stato educato in modo sbagliato nell'erronea convinzione che la vita sia facile, compiacente e senza impegno in favore di niente e nessuno, se lo tolga dalla testa. Basta con la filosofia a poco prezzo. È ora di recuperare valori solidi. E, in primo luogo, il valore di avere dei valori.
Non è un gioco di parole. È un'esigenza di fronte al grande vuoto nel quale siamo precipitati. Lungi da questo modesto autore e dalla sua opera prima è la volontà di pontificare su ciò che debbono fare gli altri o quella di prescrivere ricette moralizzatrici; mi sono sentito, invece, in dovere di dover analizzare e documentare un fenomeno sportivo che trascende le frontiere del calcio: la carriera di Guardiola è vita e management allo stato puro, ed è significativo il fatto che quest'uomo sia molto ammirato dai suoi stessi avversari ...


???? Miquel Àngel Violan, esperto di comunicazione e di management, è il maggior «guardiologo» vivente. Sul «fenomeno Guardiola» ha scritto diversi libri e tiene seminari e conferenze in tutto il mondo.

fonte: Antonio Vallardi Editore