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Alfonsina Strada

Da sempre, nello sport, tendiamo a inseguire ciò che ci affascina e si misura: la perfezione del gesto, il tempo di percorrenza, lo spazio conquistato. Il punto però è un altro: il vero gesto sportivo si vede o si sente? In effetti, l'impresa è anzitutto esperienza, un progetto trasformativo che nasce tra il tempo e lo spazio, nell’intenzione della persona che in quanto atleta può rappresentare un tema di attenzione collettiva.

Volendo azzardare una selezione, Johan Cruyff, Phil Jackson e Arthur Ashe sono tre maestri che hanno fatto del sistema, della filosofia e dell’etica, l’opportunità di dimostrare come l’esperienza sportiva trascenda i corpi per creare degli spazi di innovazione condivisi. E proprio come l'istinto chiede di essere addomesticato mentre il pensiero si fa creativo, così il campo da gioco non è un contesto isolato, ma un ambiente permeabile in cui la sensibilità dell’atleta rende percepibile quel processo di cambiamento in atto che si nutre  della reciprocità tra attore e spettatore.
All’inizio degli Anni Settanta, Johan Cruyff, con l'Ajax, sigla il "calcio totale", liberando i ruoli fissi e introducendo un'idea di movimento fluido. A distanza di quasi vent’anni, Phil Jackson rilancia questo concetto nel basket, applicando i principi zen alla gestione della squadra e trasformando la frenesia del gioco in consapevolezza collettiva. Arthur Ashe, nello stesso arco storico, incarna lo sportivo-intellettuale che con il suo stile misurato trasforma ogni match in una dichiarazione di dignità.
Ma le loro idee non sono state un fulmine a ciel sereno. L'intuizione di Cruyff, la filosofia di Jackson e l'etica di Ashe si possono connettere al pensiero di autori che nel Novecento hanno disseminato le basi teoriche volte a delineare il passaggio dalla sensibilità alla cognitività.
Un passaggio che quindi non nasce nel vuoto, ma affonda le radici in una lunga tradizione di studi sul corpo come luogo primario della conoscenza, già esplorata da Jean Piaget e poi ripresa in ambito motorio e neuroscientifico.
Non è un caso se gli atleti, al di là dei dettagli, creano performance derivanti da una lunga e approfondita ricerca sulla consapevolezza del movimento che all’occorrenza si fa azione, gesto sportivo ed espressione di sé, dimostrando che il processo di maturazione è già attivo quando a immortalarlo arriva la vista.
L’evoluzione del pensiero trova conferma dopotutto in semplici aneddoti storici, testimoni di un’intrinseca consapevolezza del gesto in epoche in cui i concetti enunciati erano ancora in una fase embrionale. Basterebbe chiedersi, per esempio, cosa può fungere da manubrio se non un manico di scopa legato alla forcella? Perché lo sapeva molto bene Alfonsina Strada, che nella quinta tappa del Giro d’Italia del 1924, l’interminabile L’Aquila-Perugia, dopo una caduta rovinosa in una buca, all’epoca sprovvista di assistenza meccanica, si arrangiò. E grazie all’aiuto di una contadina fra le montagne d’Abruzzo potè continuare a pedalare fino a trovare un fabbro che saldasse il pezzo rotto. 
La Strada ha fatto del suo pedalare non solo un gesto atletico, ma un'esperienza collettiva, un'intenzione che ha riempito le strade del Giro d'Italia di un significato nuovo. La sua partecipazione, unica donna tra gli uomini, è stata un'eccezione che ha trasceso il semplice sport. L'impresa ha oltrepassato l'immagine della "ciclista donna" ed è diventata una questione di perseveranza in nome di un'intenzione autentica: dimostrare che poteva farcela come un uomo. Eppure di Alfonsina abbiamo solo ricostruzioni romanzate o interpretazioni della sua incredibile storia, avendo vissuto in un momento storico in cui in quanto donna di umili origini anche se valorosa non aveva voce o visibilità per rilasciare dichiarazioni pubbliche.
A cavallo tra accadimenti storici, studi e personaggi recenti, lo sport sembra candidarsi così ad abbandonare la formula del prodotto di consumo che soddisfa, per farsi piuttosto progetto trasformativo legato all’esperienza comune. Su questa ipotesi verosimile dobbiamo continuare a interrogarci.