Ci sono esperienze nelle quali prepararsi diventa essenziale. Eppure, per quanto la preparazione possa essere accurata, non sarà mai sufficiente a trasformare una possibilità in una certezza. Può aumentare le probabilità di riuscita, non garantire il risultato. Lo sport agonistico appartiene da sempre a questa categoria di esperienze.
A dispetto di quanto si creda, non c'è nulla di così misterioso in un atleta numero uno al mondo, o in chiunque venga indicato come un campione. È una persona fatta di carne, ossa, muscoli e cervello. È allenata, esperta, capace, talentuosa. Ma continua a misurarsi con la stessa quota di imprevedibilità che accompagna ogni esperienza umana.
Eppure la contemporaneità sembra avere progressivamente sostituito la conoscenza di sé con la fiducia nell’ottimizzazione della prestazione.
L’idea dell’imbattibilità non nasce dall’esperienza dei tecnici. Nasce piuttosto dalla retorica dell’ossessione, del combattente e dell’eroe, dal pensiero positivo trasformato in obbligo, dalla convinzione che sistemi di allenamento sempre più sofisticati abbiano ormai ridotto l’errore all’osso.
L’esperienza dei tecnici dice esattamente il contrario.
Un atleta più allenato non è necessariamente un atleta migliore. L’allenamento stesso può trasformarsi in un punto di debolezza: genera aspettative sulla gara, aumenta la percezione di controllo, rende più difficile accettare un errore che, dopo tanta preparazione, appare quasi ingiustificabile.
Dietro la ricerca di una preparazione sempre più accurata si affaccia così una domanda semplice: «Ce la farò?». Che può voler dire: saprò vincere? Riuscirò a competere a lungo? Tornerò a fare quello che facevo prima dell'infortunio? Saprò attraversare uno stato di malessere, una malattia, una mononucleosi per la quale il rapporto con il mio corpo non è più lo stesso? Riuscirò a preservare quella parte di me che temo di perdere?
La preparazione tenta di dare una risposta anticipata a questa domanda. Aumentano gli allenamenti, i dati, gli strumenti di monitoraggio, le analisi dell’avversario e delle variabili ambientali. Tutto può essere utile. Nulla, però, può garantire l’esito prima che l’esperienza abbia luogo.
Quando richiamo alla memoria atleti di generazioni passate capaci di affrontare sforzi e disagi connaturati ai loro tempi, non penso che fossero necessariamente migliori. Mi sembra piuttosto che emergano due concezioni differenti della tecnica sportiva: da una parte una preparazione costruita per affrontare al meglio la sfida; dall’altra una preparazione chiamata anche a convincere l’ambiente, a dimostrare la propria modernità e ad alimentare l’immaginario di una prestazione impeccabile.
Il progresso, tuttavia, non coincide con il perfezionamento della prestazione. Ogni innovazione modifica anche il tipo di rischio che l’atleta è chiamato a gestire. Quanto più minuziosa appare la strategia di allenamento, tanto più compromettente può risultare il suo eventuale fallimento.
Perché a sfumare non è soltanto la singola gara. Può entrare in crisi l’intero sistema di aspettative costruito intorno ad essa.
L’ottimizzazione, nata per preparare la persona a ciò che sfugge al controllo, rischia in questo modo di trasformarsi in una promessa di dominio.
Anche per questo il problema non è soltanto l’enfasi con cui vengono raccontati il burnout, gli infortuni o le interruzioni improvvise delle carriere. A indispettire è il fatto che la condizione dell’atleta venga spesso trasformata in una notizia o in una leva comunicativa, invece che in un’occasione di riflessione.
Mentre i media e l’opinione pubblica cercano una colpa circoscritta - un allenatore, un calendario, una federazione, una singola fragilità - la questione sembra rimandare a una responsabilità più ampia: quella di una comunità che ha confuso l’evoluzione con l’incremento della preparazione, l’adeguatezza con il superfluo, la salute con la fiducia nell’ottimizzazione della prestazione.
La figura pubblica del campione viene così costruita anche per essere raccontata, riconosciuta e promossa. Non è più soltanto una persona che compete, ma la rappresentazione di un sistema ritenuto efficiente, vincente e possibilmente inattaccabile.
La logica del risultato, e con essa quella del campione, finisce allora per sostituire la logica della sfida.
L’esperienza autentica dell’atleta, invece, nasce dall’accettazione di ciò che non può essere governato appieno. La persona sa di non poter dominare la competizione. Può prepararsi, studiare l’avversario, osservare il contesto, leggere i dati, ascoltare il corpo e prenderne atto. Ma non può trasformare tutto questo nella sicurezza dell’esito.
Eppure l'idea del campione rappresenta il tentativo di spiegare ogni aspetto della prestazione attraverso la preparazione e il talento. Non è più la persona che affronta la sfida, ma il personaggio che pretende di dominarla, come se persino il corpo dovesse rinunciare alla propria imprevedibilità.
Nell’attività clinica incontro atleti che trattano i segnali del corpo non come informazioni da comprendere, ma come ostacoli da superare. La stanchezza, il dolore, il calo della prestazione o un malessere vengono vissuti come nemici che minacciano la continuità del progetto sportivo e, talvolta, il modo stesso in cui l’atleta ha imparato a riconoscersi.
I segnali possono essere compresi e, proprio per questo, respinti, perché riconoscerli significherebbe ammettere che la risposta alla domanda «ce la farò?» non dipende interamente dalla volontà, dalle rinunce o dalla qualità della preparazione. Significherebbe guardare in faccia la propria vulnerabilità.
Una parte della realtà rimarrà sempre destinata a sfuggire alla preparazione ottimizzata. La sfida è l’esperienza attraverso la quale la persona misura la propria profondità, facendo i conti con la finitezza dei suoi calcoli coscienti.
Una partita, una gara o un’esibizione non sono artefatti. Sono spazi fisici e temporali che resistono a ogni forma di controllo e conservano quel margine di imprevisto che sfugge alla tecnologia e ribadisce la verità dell’esperienza.
La sfida non finisce quando l’allenamento si riempie di dati o quando ogni problema sembra essere stato risolto. Finisce quando la persona smette di riconoscere il limite presente e trasforma la preparazione in una promessa di invulnerabilità.
Il mio lavoro mi suggerisce che la sfida agonistica continua a rappresentare ciò che nessuna comunità sportiva può pienamente controllare. È il luogo nel quale ogni convinzione di onnipotenza si misura con la realtà e dove l'atleta può scoprire che la trasformazione reale non consiste nell'ottimizzare indefinitamente l'allenamento, ma nell'imparare a restare davanti all'ignoto senza provare a eliminarlo.