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(Giovanni Capisciotti)

Sono andata a sfogliare la tesi di laurea dopo 25 anni dal giorno della discussione e mi è tornata in mente l’espressione sorpresa del mio relatore (professore di anatomia) quando gli proposi un tema così lontano dalle attese: il rapporto tra sonno e performance nei giocatori di pallacanestro.

Pur accettando di buon grado la richiesta, precisò che avrei fatto tutto da sola, perché per lui la psicologia dello sport era una disciplina nuova e sconosciuta. Non saprei dire se la sua sia stata una profezia, di sicuro ne ho conservato un piacevole ricordo che si è risvegliato in queste ultime settimane all’idea di realizzare un approfondimento come questo. Aprire la mente e assumere una visione più ampia, in cui la realtà di squadra sostituisce i bisogni personali, e le abilità di attivazione costituiscono i presupposti per il successo, è importante in qualsiasi ambito vitale, e non solo sul campo da basket. Lo scrivevo nella tesi a pag. 78, lo penso ancora oggi, e forse proprio a causa di una convinzione così duratura, per l’occasione ho contatto Giovanni Capisciotti, allenatore di basket e referente tecnico regionale maschile e femminile della Federazione Italiana Pallacanestro FIP Abruzzo. Negli anni abbiamo creato diverse opportunità di collaborazione e anche se l’incarico da referente ha aggiunto ulteriori impegni alla sua quotidianità, Giovanni è riuscito ancora una volta a rendersi disponibile nel darmi un feedback oltremodo straordinario.
Come al solito ho solo composto il tutto per creare spazio a sei domande e sei risposte. Tema di questo numero: la pallacanestro.

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🧠Quando noi parliamo di spirito di sacrificio a me è una cosa che non piace tanto, perché spirito di sacrificio sottintende quelle immagini, un po’ da cattolicesimo bigotto, che ci frustiamo per essere poi un giorno premiati. Qua stiamo parlando di giocare a pallacanestro. Il nostro compito è quello di aiutarli a capire, certe volte duramente, certe volte meno duramente, che la competizione è l’essenza del giocare bene a pallacanestro e del divertirsi. Questo è, secondo me, un tema difficile per alcuni”. È l’affermazione estratta da Basketball & Conversations: Ettore Messina risponde a Gianluca Basile . Tramite la sua risposta, provo a rendere tangibile la mia prima curiosità sul lavoro che hai intrapreso in ambito federale: quali abilità vorresti riscoprire nei prossimi giocatori di pallacanestro? E, soprattutto, qual è la convinzione di fondo da cui sei partito nell’accettare l’incarico?

L’affermazione di Coach Ettore Messina è inconfutabile e personalmente la ritengo molto vicina al mio modo di pensare lo sport. Le abilità e le prestazioni vengono esaltate e messe a dura prova da una competizione, ma certamente la competizione stessa è una verifica del lavoro e degli allenamenti che si svolgono. Detto questo, vorrei riscoprire e vedere maggiormente espresse qualità tecniche, specifiche della pallacanestro, accompagnate da trasporto e passione per quello che si sta facendo. Mi spiego meglio, negli ultimi anni l’atletismo domina sulla tecnica, e questo è un fatto certo. A me piacerebbe vedere che le abilità tecniche mantengano o ritrovino la loro importanza, ristabilendo così un maggior equilibrio. Per quanto riguarda invece le fasce di età che mi trovo a monitorare e allenare (rientrano nell’adolescenza), in passato ho notato che i ragazzi venivano etichettati e giudicati troppo presto, solo perché indietro nello sviluppo fisico o magari più lenti nell’apprendimento, e questo è un trend che possiamo cambiare. Generalmente trovo che ci sia un calo della passione e di quelle emozioni che possono spingere l’atleta a fare delle rinunce o semplicemente ad andare oltre l’ostacolo anche quando sembra insormontabile. Ho accettato l’incarico attuale perché credo che si possa fare ancora tanto partendo proprio da questi elementi, offrendo degli stimoli diversificati e innovativi, magari staccandosi da metodi rigidi e inefficaci che non sono più adatti agli atleti del nostro tempo. Il ruolo che ricopro è complesso, ma al tempo stesso molto stimolante. Spero di essere all’altezza.

🧠 Se da un lato il cambiamento è un processo tipico dei sistemi umani, dall’altro il tentativo di mantenere un certo grado di stabilità è uno sforzo sia individuale che di gruppo. Immagino il sistema che rappresenti come qualsiasi altro in perenne tensione. Nell’attività che hai programmato e stai svolgendo, tra gli ingredienti di base, avrai bisogno di imparare nuove cose e instaurare relazioni positive. E poi, nell’organizzazione in cui sei, per allargare la base, avrai necessità di affinare delle routine, concordare sul significato delle cose e valorizzare l’ambiente. Di fronte a delle spinte contrarie inevitabili, quali possibilità si stanno aprendo e come si gestiscono i rischi che possono insorgere in corso d’opera?

⛹🏽 Il cambiamento! Sì, quello che descrivi è tipico, cambiare porta con sé anche delle paure. L’abilità sarà gestire l’equilibrio tra crescita e stabilità, ovvero pazienza nel dare ad ognuno il proprio tempo. Il nostro territorio ha bisogno certamente di allargare la base (“La base è la ricchezza vera.Cit. Coach Andrea Capobianco) e spesso spinte contrarie anche semplicemente dovute a retaggi culturali o mancanza di positività (è più facile piangersi addosso e andare avanti per inerzia che spingere per cambiare e migliorare!) possono fermare iniziative edificanti, ma sinceramente non mi spaventano, cosa c’è da perdere? Il sistema delle relazioni e delle collaborazioni credo sia il più efficace e quello da migliorare, e con questo affrontare rischi che ci possono essere in corso d’opera.

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