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Vent'anni fa, uno psicologo lungimirante poteva presagire che l’evoluzione dello sport e dell’individuo, accompagnata da un sistema di comunicazione e relazione crescente, avrebbe consentito fenomeni di rivalsa e reazioni di velata disobbedienza da parte delle atlete nei confronti delle regole federali. Finanche si fosse trattato di uno sport nobile come la scherma. Ma nel momento in cui una campionessa olimpica si ribella ad un’imposizione, correndo anche il rischio di subire delle pesanti conseguenze sul piano sportivo, l’unica cosa che ci si può aspettare è che qualche testa pensante residua garantisca un esito favorevole.
L'attuale verità è che continuano a verificarsi situazioni gravi e sono ancora troppo pochi quelli che sembrano accorgersene. L’azione che andrebbe svolta da noi psicologi, nel lanciare un appello in favore della salute e del benessere degli atleti, immersi come sono in uno sviluppo di eventi che li vede sempre più partecipi, continua ad essere demandata ad altri.
Sembra che nessuno voglia prendere atto o evidenziare quanto il malfunzionamento sia anzitutto di ordine sistemico ed organizzativo. Preferiamo di gran lunga convincerci e convincere che i drammi e i “mostri” siano tutti nella testa degli atleti, quando magari appartengono all’ambiente che devono gestire al meglio delle loro possibilità, per poter oltretutto performare e, a volte, persino vincere.
L’atteggiamento più patetico del momento (credo che la causa sia nella conformazione della categoria di noi psicologi, applicati allo sport) è di invocare per qualsiasi crisi sportiva la preparazione mentale del singolo atleta o della squadra sportiva, come fosse il passe-partout per la soluzione di ogni problema.
Nei congressi a cui ho partecipato ho sempre limitato i miei interventi a pochi, semplici ragionamenti. Gli psicologi, per mestiere, dovrebbero curarsi della salute degli atleti, e questo paradossalmente comporta creare dei problemi, non tanto (o non solo) risolverli.

Fin quando ci rifiuteremo di credere nell’enorme complessità del sistema sportivo odierno e nella necessità di dimostrare la nostra utilità nei tempi lunghi che un qualsiasi processo fruttuoso prevede, continueremo a svolgere una funzione marginale, per la quale tra non molto saremo sostituiti da un’applicazione pressoché infallibile.
Lavorare sugli obiettivi a lungo, lunghissimo termine vuol dire integrarsi in un ambiente, con la propria professionalità, prima e dopo, non necessariamente durante gli eventi. E se cominciamo oggi, un domani, magari, la prossima Olga Kharlan non dovrà sprecare eccessive energie per dare semplicemente voce alla Carta Olimpica. Rispetto alla quale lo spirito olimpico esige mutua comprensione, e sarebbe bastato un comportamento più empatico e ragionevole per prevenire uno stress incredibile, che invece si va ad aggiungere a quanto accumulato finora.