Le parole e la decadenza dei significati

Si potrebbe scambiare per un cavillo, ma non lo è. Anche solo perché la questione riguarda il 34% degli italiani, quelli praticanti attività fisica almeno una volta a settimana, e l’1,37% del valore del Pil, ovvero 24,5 miliardi di euro.
Al di là dei dati su cui non intendo azzardare ragionamenti, parlo di progetti sportivi, compresi i tempi di trasformazione e gli spazi di svolgimento, che molte volte sono frutto di partnership ad hoc, di prodotti preconfezionati e di accordi “a perdere”, come erano i vuoti di bottiglia di una volta.
Alcuni progetti possono essere espressione di personalità poco propense alle novità, altri di scarsa competenza o di una conoscenza insufficiente a far sì che tempi e spazi vengano ottimizzati per impattare al meglio sul benessere degli stakeholder. Ed è tutto normale. Quello che mi preme non è sottolineare un meccanismo fallace, in fin dei conti inesistente. Sia perché altrimenti gli impianti potrebbero andare deserti, sia perché in alcuni casi le procedure stabilite dai bandi sono una manna dal cielo.
Il problema è un altro, è che le persone non sanno. E la mancanza di conoscenza è la premessa di una consapevolezza che purtroppo continuiamo a ritardare, nel singolo individuo e nella collettività. Il praticante attività fisica usufruisce, partecipa, a volte diventa promotore dello stesso servizio, ma non conosce. Mentre la persona fisicamente educata non è solamente in forma! Oltre ad apprendere le abilità necessarie per partecipare ad un’ampia varietà di attività, intende e valorizza le diverse implicazioni e i numerosi benefici del settore in oggetto. È bene ricordarlo così, sommariamente.
Quindi, sarebbe bello che i progetti proposti al pubblico si dotassero di una strumentazione adatta a fornire delle indicazioni precise. Sarebbero azzeccati dei totem, magari multimediali e interattivi, con i quali illustrare la natura delle iniziative, gli obiettivi, le modalità di intervento, costi e benefici ed eventuali rischi. E sarebbe utile poter riconoscere i progetti coerenti con il territorio, gli antefatti e le conseguenze, e rispondenti a delle esigenze effettive, rilevate direttamente dagli enti preposti a monitorare l’attività fisica della popolazione locale.


Voglio dire che se vedo un parco cittadino impegnato o una palestra scolastica o un’aula di formazione, sapere di cosa si tratta mi aiuterebbe a riconoscere, a scegliere, a investire e persino a collaborare. Nella pratica diffusa, purtroppo, dare forma a delle attività conformi e coerenti con l’evoluzione effettiva di un territorio non è così automatico come dovrebbe. Ed è la ragione per cui, sempre più spesso, si aprono poi delle “falle di sicurezza”, che a volte sfiorano il grottesco quando vengono dipanate.
Nelle provincie, soprattutto quelle del Mezzogiorno, le difficoltà sono numerose, a livello gestionale, relazionale ed organizzativo, oltre che economico. E allora lo spazio dell’impianto richiesto in gestione - perché comunque è da lì che partiamo, dallo spazio e dal tempo - viene trasformato in un banale elemento da annettere alla logistica del progetto X. È la routine, fa parte di un modo di procedere che, con alti e bassi, rappresenta appieno lo sport delle province degli ultimi vent’anni. Non c’è molto altro da aggiungere, se non che le cose vanno raccontate, descritte, spiegate in maniera chiara ed esaustiva.
Diversamente il rischio è che la modalità di confronto, che supporta l’attività fisica del nostro Paese, confermi un approccio dall’alto verso il basso anziché favorire un’elaborazione dal basso verso l’alto, malgrado l'inconfutabilità del vincolo reciproco tra quantità e qualità. E la quantità, di certo, non è al vertice del sistema.
Lavoriamo ancora ai programmi ministeriali e mettiamo in gioco le risorse economiche pubbliche, se serve; ma diamo anche conto di quello che succede sul territorio e troviamo un modo efficace, perché le persone sappiano davvero di sport.