Roberto Mancini e Gabriele Gravina

Incredibile, ma vero: è la seconda volta che mi ritrovo a scrivere di Roberto Mancini e Gabriele Gravina in poco più di un anno.
Piuttosto strano per una come me che con il calcio, per il momento, preferisce mantenere le distanze.
Nel gennaio 2021 ho confessato la mia gioia per la ripartenza della Nazionale maschile italiana - in forza di un uomo adeguato come il Mancio -. Adesso, eccomi qui ad ammettere la mia speranza che la progettualità decennale, condivisa nel corso del 2020, trovi nell’attuale sconfitta con la Macedonia un motivo di convinzione piuttosto che di ripensamento. E sia chiaro che «piuttosto che» va inteso secondo la sua funzione originaria.
Ieri mattina, su Il Sole 24 Ore leggevo che: «ci vorrebbe anche uno psicologo per capire cosa sia successo a questi giocatori che non solo non riescono più a vincere, ma perfino a fare un gol.»
Non so se all’interno dello staff della Nazionale sia già compresa la figura dello psicologo. Potrebbe anche essere. Quello che so per certo è che gli obiettivi di una squadra, oltre ad essere di risultato, sono anzitutto di processo e prestazione, e che la questione è come al solito più complessa di quello che ci piace credere, in particolare di questi tempi.
Nello sport, che non è solo il calcio, la vittoria e la sconfitta non sono pienamente controllabili. È ormai un fatto acclarato. Eppure, in quanto conseguenze di un operato più o meno ben fatto, scatenano emozioni, a volte, fortissime. Ma mentre, per esempio, la gioia e la tristezza sono emozioni primarie e, come ho sentito milioni di volte nel mio lavoro, rappresentano la naturale conseguenza dell’aver perso o vinto, la vergogna no.
La vergogna è un’emozione secondaria, perché si apprende crescendo, combinando il dispiacere di non essere apprezzati con la paura del giudizio altrui. E, in tanti anni, sono poche le situazioni in cui l’ho sentita nominare, parlando di traguardi mancati.
Il motivo è semplice. Se il giocatore è consapevole dei propri limiti e lavora per moltiplicare le proprie risorse, sa che i processi sono lunghi, impegnativi. E quando anche le cose non vanno come si vorrebbe non è certo del giudizio degli altri che si può o si deve tener conto.


Un cambiamento di mentalità richiede tempo e costanza come qualsiasi componente della performance.
Nei fatti, però, come ha scritto in maniera eloquente Antonio Silvestri, in arte Tauro, «siamo passati da “Ne dovete mangiare di pastasciutta” a Macedonia e conto finale. L’amaro è gratis.» Tutto questo in un batter di ciglia.
Insomma, invece che continuare a brandire la cattiveria agonistica ed esortare alla vergogna dei calciatori - in prevalenza giovani, oltretutto -, può essere questo il momento per riconoscere la complessità dello sport nazionale del nostro Paese. Ed esonerare persino Roberto Mancini da un inutile eccesso di responsabilità perché, citando Donatella Di Pietrantonio, «non hai colpa se dici la verità. È la verità che è sbagliata.» E personalmente credo che, per quanto difficile possa essere, valga la pena affrontarla fino in fondo.