Federica Brignone

È insolito che ragioni in termini assoluti, preferisco sforzarmi di capire fin dove una qualità ci favorisce o danneggia. Lo faccio confidando nel valore della misurazione e nelle molteplici opzioni che si definiscono nell’intermezzo che si crea tra i poli opposti, che allora potrebbero diventare dei semplici punti di riferimento.
L’atleta lavora con impegno costante sapendo che la possibilità di esprimersi in gara non si ottiene da un giorno all’altro.
Sa di dover tenere a bada quel desiderio di trovare una gratificazione immediata là dove la fatica sopravanza riducendo gli spazi di interpretazione.
Conosce il vantaggio di moderare gli impulsi, ma se dimenticasse lo scopo che si prefigge diventerebbe miope e le conseguenze future possibili non sarebbero un freno.
Eppure in questo quadro dettato dalla costruzione di un’identità e di una coscienziosità necessaria potrebbe esserci uno spazio per la distraibilità. Questo è quello che penso. Soprattutto in quegli atleti in cui la polivalenza per quanto faticosa è un’esigenza e il piacere di mescolare tutto rende la competizione più divertente.
Leggendo le dichiarazioni di Federica Brignone a seguito del primo, storico, bronzo azzurro nella combinata femminile alle Olimpiadi di Beijing 2022, mi sono soffermata appunto sui vantaggi che può dare la distraibilità.
Ci penso spesso in effetti, ogni volta che un allenatore mi illustra la situazione di un giovane atleta - o di una squadra - e sottolinea che non si concentra. Che il problema è tutto lì.
Mi viene sempre da riflettere su come quell’atleta stia modulando la sua capacità di focalizzarsi sul compito, sull’inutilità di iperidentificarlo con una caratteristica in divenire e sulla funzione che assume in quel momento la distraibilità del giovane. Se è prettamente fisiologica, legata allo sviluppo, o se ha una spiegazione più complessa.
Di sicuro, tornando al caso di una campionessa olimpica come la Brignone, stiamo parlando di una scelta consapevole, del bisogno di alternare fasi di iperfocalizzazione a fasi di distraibilità in cui cogliere l’occasione di allontanarsi da qualcosa di preoccupante, come può essere l’eventualità di farsi male. Ma non solo. Magari anche di registrare informazioni meno coerenti con le quali creare nuove soluzioni quando necessario.

La sfida perenne dell’atleta si gioca a un livello invisibile, là dove le emozioni possono ostacolare la precisione sia sul piano prestativo che di comprensione.
Ma ad alti livelli è come al solito una questione di centimetri, millesimi di secondo, non solo in gara, ma anche in testa.
Lasciare spazio alle emozioni e alla focalizzazione seguendo gli stimoli esterni e associando pensieri, immagini e sensazioni può funzionare, purché si riesca a farlo con metodo e consapevolezza.
Gestire una gara, soprattutto quando si svolge in un’unica giornata, significa alternare gli stati mentali con delle oscillazioni misurate. Tenendo presente che anche durante la competizione, disciplina e accettazione sono i capisaldi per raggiungere lo stato di flow attraverso il quale arrivare dritti al risultato prefisso.
Se si tratta di giovani atleti ritengo che la distrazione, vista da fuori, sia più il riflesso di un atteggiamento normativo per il quale un atleta deve essere sempre iperconcentrato. Bisognerebbe, invece, capire che parliamo di una funzione da regolare con il tempo, forse espressione anche di una caratteristica temperamentale. Di sicuro, di grande utilità quando stai per entrare in gara e cerchi disperatamente di “staccare la testa”.

 

fonte della foto: https://www.4actionsport.it/dallo-sci-al-surf-intervista-a-federica-brignone/