l'intervista che verrà

Di seguito, otto domande a cui ho risposto senza grossi preamboli. Lo scopo? Creare degli spunti di riflessione.

La stagione sportiva 2021/22 è partita. Hai un'idea di cosa ti aspetta?
“Come professionista della salute dell’atleta mi soffermerò in particolare sulle istituzioni pubbliche e private disposte a salvaguardare il benessere dell’organizzazione sportiva. Continuo a credere nella valenza di un modello formativo unico nel panorama affollato di master, corsi, seminari, alta formazione e accademie. Serve una didattica sperimentale ed esperienziale, fondata su una visione interdisciplinare e trasversale dello sport. Ad oggi è una necessità impellente. Bisognerebbe puntare a un sistema di formazione capillare con una base legislativa chiara, operare in settori strategici per lo sviluppo di servizi innovativi e di tecnologie all’avanguardia, ponendo attenzione alla tutela dell’atleta in quanto persona, senza discriminazioni di alcun genere.”

Quali ostacoli ci sono o potrebbero esserci?
“La pericolosa incertezza normativa che indebolisce qualsiasi forma di istituzione è di sicuro uno degli ostacoli principali. A mio avviso, non è più prorogabile l’integrazione della psicologia nella medicina dello sport ed è fondamentale mettere in campo una visione di sistema lungimirante.”

Ad esempio?
“La valutazione medico sportiva relativa al rilascio dell’idoneità agonistica dovrebbe avvalersi del parere di un professionista per la parte psicologica e l’integrazione dovrà avvenire tramite una normativa ad hoc. In Abruzzo, la Legge Regionale del 23 giugno 2020, n. 15 relativa alla Medicina dello Sport è un primo segnale di cambiamento in questa direzione. Così facendo potremmo andare verso scuole di specializzazione riconosciute e verrebbe sostenuto il dovere delle aziende sanitarie di attingere a professionisti idonei a tutelare la salute e il benessere psicofisico dell’atleta agonista e non solo.”

In poche parole?
“In sintesi serve una maggiore attenzione politica, poiché per troppi anni si è pensato che la formazione dovesse andare a evidente vantaggio della prestazione, non riconoscendo il valore inestimabile della salute e della persona come elemento fondante di progresso. Solo investendo su una formazione eccellente dei professionisti si potrà assicurare che il nostro Paese faccia del proprio meglio per la proprio cultura sportiva e che quest’ultima diventi davvero il grande motore dell’economia.”

Quali sono i pregi e i difetti della formazione di cui parli?
“Lavoro nel settore della psicologia dello sport da più di vent’anni, facendo anche formazione, ho accumulato esperienza nell'ambito sanitario, in quello scolastico e universitario passando attraverso il CONI, numerose Federazioni Sportive e svariate Associazioni. Ho ricoperto il ruolo di psicologa presso la Medicina dello Sport del Dipartimento di Prevenzione della ASL di Pescara, tra il 2013 e il 2015.

Sono presidente di una associazione no-profit tramite cui divulghiamo l’importanza della salute nell'organizzazione sportiva. Il mese scorso è uscito il secondo romanzo di una trilogia in cui racconto la storia di una giovane pallavolista, "La regola del libero".
Alla luce di tutte queste esperienze, posso dire che le potenzialità della formazione nell’ambito della psicologia dello sport, sono immense anche se rimangono molto sottovalutate persino dagli stessi psicologi. È proprio per questo che bisogna contare su una comunicazione più forte e trasparente, prevedere azioni di sistema e non essere autoreferenziali. Riguardo una futura specializzazione in Psicologia dello Sport mi sembra che i pregi siano facilmente riconoscibili: gli istituti di ricerca avrebbero degli interlocutori più che validi e una normativa dedicata introdurrebbe una formazione post laurea obbligatoria e non più auspicabile, come l’abbiamo ad oggi.
A livello nazionale, nel 2016 è stato istituito un Tavolo Tecnico per la Psicologia dello Sport che non riesce ancora a produrre esiti in maniera durevole e coerente; in un momento storico che vede una grandissima necessità di supporto all’organizzazione sportiva da parte degli psicologi in quanto professionisti di salute, la mancanza di proposte è un dato di fatto che dimostra la fragilità dell’idea.”

Quali sono le best practice all’estero che ritieni andrebbero adottate anche in Italia?
“Mi piacerebbe potermi confrontare in maniera continuativa con chi ha l’opportunità di operare a livello internazionale tramite le azioni Erasmus+ nel settore sportivo. Parlare di estero tout court rischia di essere fuorviante, ma in base alla mia modestissima esperienza penso che in altri Paesi la formazione sportiva faccia presa su una cultura di base più radicata. Un esempio vicino a noi è la Slovenia. 
In linea generale, vedo che gli investimenti sono superiori, gli spazi e gli impianti sono più attrezzati, ed esiste anche un’attenzione diversa in ambito universitario.”

Mettiamo da parte la pandemia. A livello didattico, considerando anche le risorse economiche circolanti, i piani di studio e gli obiettivi a cui puntano gli studenti, hai percepito qualche cambiamento negli ultimi anni?
“Non so rispondere con precisione, ma ho contezza della confusione in cui versano numerosi diplomati e neo-laureati interessati a lavorare nell’ambito della Psicologia dello Sport. Il fatto che prolifichino iniziative di ogni genere tra gli enti di formazione privati ritengo sia anche conseguenza di un assetto universitario che non riesce a inquadrare una figura professionale, pur maneggiandola nella didattica e nella ricerca.”

Quali strategie andrebbero adottate per colmare questa discrepanza?
“Credo che i tempi siano maturi per un cambio di prospettiva e per mettere al centro la qualità della formazione sportiva. Mirare a delle persone fisicamente educate è un dovere etico per un Paese attento a uno sviluppo consapevole della popolazione. Il Tavolo Tecnico esistente dovrebbe produrre e divulgare copiosamente una prima ricognizione unitaria sulla professione così come viene svolta e percepita nel nostro Paese. Implementare azioni congiunte per partecipare alla valorizzazione dei giovani atleti è funzione della disponibilità di professionisti equiparabili. È davvero difficile lavorare tra colleghi che provengono da un iter formativo tanto diverso. E poi, secondo una visione strategica che disegni il profilo sportivo e culturale del nostro Paese, è necessario oltremodo spingere verso azioni sinergiche con settori complementari come la medicina e l’ingegneria.”

L’intervista è pronta.
Adesso, però, mi resta da capire se sperare che si realizzi al più presto - e possa essere esattamente questa - o talmente tardi da dirsi superata.
Comunque, sarebbe una bella cosa.