Paris 2024

Guardando le Olimpiadi di Tokyo 2020, persino in un tempo come questo in cui il marasma è la regola, una cosa è certa. Ogni gara parla di ciò per cui si lotta: una medaglia, un posto nell’Olimpo, un traguardo. E anche se questa volta sembra che tutto sia diverso, a causa di una situazione straordinaria, a restare immutata è la ricerca della vittoria. Che possa coincidere con una qualificazione, un oro, una semplice presenza, poco importa, quello che conta è l’impatto emotivo, l’intensità dell’esperienza destinata a essere vissuta da atleti più o meno giovani e scafati. Tutti ugualmente alle prese con la gestione di un possibile tentennamento, perché l’impegno possa finalmente ripagarli.
Per un comune mortale, supporre quello che accade dentro un atleta di alto livello, vedendolo da fuori, risulta quasi un esercizio divertente; durante un evento grandioso come le Olimpiadi, se ne parla spesso, ovunque, e sembra persino una questione scontata, che poi magari neanche lo è.
Il problema vero, quindi, è un altro e - ammesso che esista - credo sia nell’approfondire quello per cui dovremmo lottare al di fuori, evitando di tracciare una linea netta di confine tra gli atleti e chi all’esterno li sostiene, li guida, li racconta, li ammira e, a volte, li idolatra.
Cosicché, forse la soluzione va cercata altrove. Non tanto nella testa di un singolo atleta, quanto in quella di una comunità dalla quale non si può prescindere in vista di un risultato migliore, individuale e collettivo.
Il progetto che ci tiene uniti da oltre un secolo è chiarire l’oggetto della sfida che ci accomuna e definire come formare l’atleta per soddisfare il bisogno di olimpismo, sempre più soffocato da distrazioni dannose. Forse vale la pena insistere proprio su questo, sulla cultura sportiva di ogni Paese, sulle azioni da intraprendere perché chiunque entri in acqua, in campo, in pista o in pedana riesca a cogliere l’essenziale della sua vocazione e, in molti casi, del suo lavoro.
Svolgere in maniera competente e consapevole il proprio ruolo può essere una prospettiva valida, soprattutto se inserita in una strategia comune incentrata su uno spirito di collaborazione vero, tra chi è dentro e chi è fuori la gara.


Cosa c’entra tutto questo con le notizie ribattute dei campioni olimpici del momento?
 C’entra, eccome, secondo me. Credo proprio di sì.
Qualche giorno fa sfogliavo The Good Life e mi sono soffermata su un articolo, Misuro ergo sum. Ho letto che il cronometraggio, partito come una non semplice raccolta del tempo, è diventato un atto di consapevolezza. Un vocabolario di numeri, un “conosci te stesso” a misura di atleta. (Cit. Marco Morello)
Ecco, ci ho riflettuto e credo che per svolgere il compito di guidare gli atleti verso una migliore prestazione, ogni innovazione rivolta a tutelare la salute e il benessere meriterebbe un riconoscimento e una sua definizione.
Siamo ancora in tempo per capire che il futuro di uno sport migliore non deriva unicamente dalla ricerca del talento o dalle medaglie olimpiche riportate, ma anche e soprattutto dalla qualità dei processi su cui impegnarsi. Che, poi, potrebbe anche risultare una strada utile per smantellare la stringente autoreferenzialità su cui poggia il sistema. Ma qui si apre un’altra parentesi e, invece, mi preme solo ricordare che gli accadimenti recenti non sono poi così diversi da quelli abituali, di sicuro meno conosciuti, ma non per questo trascurabili. E forse la valutazione del sistema sportivo, anche quella, è tempo che diventi un atto di consapevolezza. Come il cronometraggio.