Lewandowski

Non tutti hanno la fortuna di avere i genitori insegnanti di educazione fisica. Lewandowski ed io sì. Di sicuro, da un giocatore capace di segnare 5 gol in 9 minuti (Bayern München vs. VfL Wolfsburg 5-1) c’è solo da imparare e le sue parole mi sembrano piuttosto eloquenti rispetto alla fortuna a cui ho fatto riferimento.

Mio padre faceva judo, giocava a calcio solo per passione. Mia madre giocava a volley. Io ho provato tanti sport, compreso proprio il judo. L’ho praticato per tanto tempo, ma ho sempre pensato che sarebbe stato difficile per me ripercorrere la strada di papà, sapevo quanto complicato era quello sport.
I miei mi hanno fatto anche da insegnanti di educazione fisica: io volevo sempre giocare a calcio, loro mi hanno fatto provare altro, soprattutto il basket, mentre io continuavo a ripetergli che mi interessava il pallone. Ma papà mi diceva che dovevo essere atleticamente più flessibile, che mi avrebbe fatto bene imparare movimenti di altre discipline. Aveva ragione, ora ho un corpo molto elastico. Vedo la differenza tra me e i miei compagni. Ovviamente da ragazzino non capivo cosa volesse da me e perché. Ora posso imparare un movimento diverso ogni settimana e renderlo senza problemi parte del mio gioco. La flessibilità è importante per permettermi di essere un calciatore ad alto livello.
Se per tutta la vita fai sempre e solo uno sport, il tuo corpo impara solo determinati movimenti e non è pronto per altri perché sviluppa solo alcuni muscoli.” (Cover story, Robert Lewandowski, Sportweek, n. 21, 21 maggio 2021)

Flessibilità e adattamento costituiscono un punto fermo quando si scannerizza un qualsiasi leader in qualsiasi contesto. Per ragionare su una squadra, un’azienda o un sistema funzionante qualunque, è utile sganciarsi dalle gerarchie e stimolare l’espressione delle proprie abilità all’interno del proprio ruolo.
Trattare di flessibilità, pensando a un top player, significa poterla declinare non solo nella dimensione fisica e atletica, ma anche psichica e, perché no, sociale, immaginando naturalmente di applicarla a livello personale e lavorativo.


Non è mia competenza entrare nei dettagli delle questioni legate al corpo o al movimento - non sono un chinesiologo, e neanche un osteopata o un medico - , ma sento di dover dare risalto alla flessibilità di pensiero, intesa come abilità di cambiare prospettiva quando necessario e di intersecare la creatività dando forma a idee nuove.
Senza dilungarmi troppo sul fatto che sia una funzione esecutiva e corrisponda a una porzione del nostro cervello (il talamo), credo sia questa l'opportunità perfetta per sottolineare che l’attuale esperienza sportiva andrebbe riorganizzata proprio in virtù di un’abilità di questo genere.
Ad oggi, superare gli schemi abituali per formulare nuove ipotesi e raggiungere soluzioni originali, ottimizzando gli sforzi fatti di recente, dovrebbe essere lo scopo dei prossimi obiettivi a medio lungo termine.
La flessibilità che descrive Lewandowski è una competenza trasversale, necessaria in qualsiasi campo, che si ragioni in termini sportivi o per analogia. Oggi, affrontare efficacemente i cambiamenti in atto significa approfittare delle sfide recenti e imparare a essere più creativi per alzare il livello dello sport italiano; difficilmente mi stancherò di ricordarlo.
Un’idea per partire?
Riuscire a trasferire da una disciplina sportiva all’altra le pratiche che si rivelano fruttuose. Sarebbe la strategia più indicata per fare rete, allentare le gerarchie e affermare un sistema di formazione fra pari (pee-to-peer).
Di esperienze simili ne ho fatte e ipotizzo che la cosa potrebbe funzionare molto bene. Per sicurezza, però, potremmo prima chiedere conferma al centravanti polacco.