alicante 2015

Di solito, a capodanno faccio tappa in giro per l’Europa e vado in cerca di qualche spunto attraverso il quale affinare il mio lavoro. In un modo o nell’altro, trovo sempre qualcosa: un impianto sportivo, una palestra scolastica, uno spaccato significativo da cui ripartire. Questa volta le difficoltà hanno precluso qualsiasi spostamento, eppure, come spesso succede nelle situazioni di crisi, i prossimi mesi ci permetteranno di ripensare il modello sportivo. Ci renderemo conto che la visione lineare dell’attività sportiva, promuovere-avviare-allenare-competere non è più sufficiente. E personalmente non vedo motivi per credere lo diventi.
L’idea stessa di sport va rimessa in discussione, bisogna andare oltre le storie e le vite degli atleti di punta e mettere in luce la possibilità di una trama interconnessa di micromondi, fatta di professionisti, giovani atleti e persone abituate al movimento.
Lo scenario che ci attende potrà essere un invito per le associazioni sportive disposte a rivedere il modo in cui i diversi settori lavorano assieme. L’obiettivo generale dovrà rispondere alla necessità di instaurare uno scambio continuo e proficuo tra categorie giovanili, attività rivolte al benessere e prime squadre. A questo andrà aggiunta la disponibilità a dialogare meglio con ciascuna persona coinvolta, dovrà essere un impegno sistematico e collettivo, che si tratti di genitori, clienti privati, pubblici o associati. Perché è anche questo che ora manca e rallenta i tempi della ripresa: le persone non sono al corrente, non conoscono e faticano a capire. Quindi, pur volendo, non potrebbero spendersi per un mondo che, spesso, parla a nome loro.
Lo sport è chiaramente un trampolino per le questioni sociosanitarie oltre che psicopedagogiche e formative, e consente di connettersi gli uni agli altri. Ma quanti sono gli impianti che dispongono di un luogo di incontro dedicato, dove ricevere ogni genere di organismo esterno (scuole, associazioni, fondazioni)? E qual è lo spazio per le sfide sociali che lo sport consente di esplorare? Esistono davvero dei margini di autonomia e di innovazione che gli staff applicano in Società?

Mi piace l’idea di concepire nuovi modelli di preparazione e di allenamento in cui la partecipazione dei clienti sia valorizzata al meglio. L’arricchimento del mondo sportivo è subordinato a una maggiore apertura ed è il momento di accettarlo. L’abitudine a rimanere centrati sulla propria specificità e sulle diverse forme di specializzazione ha impoverito un settore oggi evidentemente fragile.

Costruire sul lungo periodo significa immaginare in termini trasversali e investire su un contesto sociosportivo esteso, basato su azioni intersettoriali che comprendano: welfare, tecnologia, turismo e arte.
Capisco che lo sport attenda delle risposte, mi è capitato di leggerlo più di una volta, ma credo che nel frattempo sia fondamentale abituarsi a navigare il futuro, tanto, e soprattutto su questioni diverse, anche quelle apparentemente estranee alla prestazione. Se lo scopo è fare ancora meglio quello che facciamo oggi, bisogna conoscere i cambiamenti in atto.
Personalmente mi chiedo come potremmo guardare al domani.
Sviluppando proposte maggiormente mirate? O diventando un luogo riservato a una formazione partecipata? E se valessero entrambe le soluzioni? Dobbiamo interrogarci su come fare perché lo sport contribuisca a migliorare il nostro futuro.
È compito di noi professionisti del settore porci domande sulle risorse, l’organizzazione, gli impianti, i modelli evolutivi, e fare i conti sulla certezza di non sapere cosa ci aspetta. Si tratta di una sfida difficile, lo sappiamo, ma non è la prima e non sarà l’ultima. E se lo sforzo sembrerà esagerato non ci resta che imparare a meditare; esistono delle tecniche puntuali. Di solito, sono soluzioni molto gettonate. Ma resta tutta, sempre, una questione di allenamento.