didattica pedagogia

L’ambito della didattica mi piace da sempre. Sarà che provengo da studi psicopedagogici, ma pedagogia e andragogia sono tra i miei settori di applicazione preferiti. I processi di apprendimento mi stimolano a indagare e creare soluzioni originali, ogni volta. E così, nella pratica, faccio lezione in diversi contesti e valuto sempre con scrupolo le situazioni che si creano per cogliere delle novità. Il motivo per cui sono qui a raccontare nasce proprio da una valutazione recente, una delle tante.
Lo scorso weekend ho lavorato con una ventina di allievi, tra cui una sportiva doc che parlava di movimento, alludeva alla biomeccanica e faceva domande sul timing. Durante la lezione, ha fornito elementi continui di discussione, permettendo di dedurre quanto fosse consapevole di porsi degli obiettivi, malgrado una rischiosa mancanza di alternative.
Mentre cercavo di trasmettere l’interdisciplinarità del mio settore, dimostrando gli scopi da attribuire allo sport e valorizzando il benessere psicofisico, mi sono chiesta più volte quale sarebbe stato il compito di quella sportiva doc nei miei confronti.
Ovviamente era un’incognita, che è venuta a galla con le idee che lei stessa ha suggerito nel raccontare la sua storia sportiva.
Provo a farla breve. Una “carriera” iniziata nei primi mesi di vita, scandita, anno per anno, da obiettivi necessari e a volte perentori, ma soprattutto impreziosita dai rapporti umani. I comportamenti e le emozioni che l’allieva ha condiviso con gli altri - a tratti spettatori di una performance individuale - mi hanno permesso di estrarre elementi inusuali con cui definire scenari da rilanciare al più presto. Ma, nel frattempo, mi sono divertita a scovare un'autentica sportività su cui ho incentrato la lezione.


Il vero sportivo si riconosce, è inutile. Alcuni non abitano le rubriche dei giornali e nemmeno i campi di gara. Sono quelli che ogni giorno trovano una soluzione ai loro problemi e pur avendo un numero limitato di opportunità, ne godono appieno. Sono persone che mettono a nudo i propri limiti e hanno fiducia negli altri. Tollerano i fastidi e la fatica. Rinunciano al superfluo per garantirsi l’essenziale e ogni volta fanno un’analisi ragionevole della realtà.
Stilando un conciso bilancio della lezione, credo di aver imparato tanto. Ho attinto da una donna determinata, con un’attenzione costante, un’immaginazione pronta per essere allenata e una curiosità coraggiosa. Imparare da una sportiva è uno stimolo innegabile, soprattutto quando differenze e somiglianze tengono assieme situazioni tanto diverse.
Lo sportivo doc è unico, sintonizza corpo e mente da subito, sa dove vuole arrivare e ci arriva per necessità - una necessità che non ha niente a che vedere con la fortuna di poter cogliere tra tante opportunità quella più interessante. È quello che nel dovere esistenziale di farcela ha ogni giorno un obiettivo da perseguire e all’interno di un processo di apprendimento senza fine tiene a bada le emozioni. Il talento è anche qui, figlio di un agonismo costretto a patti con la quotidianità, alimentato dalla necessità dei risultati.
So di aver parlato di psicologia dello sport con una campionessa. È stata una gioia e una conferma, prova inconfutabile che in aula il primo passo è la reciprocità.