interdipendenza

Sono passati quasi due anni da quando annunciavo che avrei scritto un punto di vista al mese. Allora, non credevo che intavolare le mie intuizioni in maniera cadenzata sarebbe stato così impegnativo, ma adesso ho preso il ritmo e come si dice ogni promessa è debito. 
Chiudo l’anno con poche righe che però mi hanno richiesto un tempo più lungo del solito, lo faccio in onore dei dodici mesi del 2018 e degli spunti che sono emersi.
La premessa è spartana. Per me migliorare lo sport è un dovere. Lo sarà fin quando sentirò il desiderio di sostenere l’essenzialità di un settore che viene ancora troppo spesso travisata.
Le controversie con cui mi misuro giornalmente sono diverse. Al momento, un obiettivo cruciale è quello di valorizzare i processi interni alle realtà sportive per rimodulare la prospettiva di guardare dritti al risultato. Quando parlo di processi, capisco che potrei sollecitare tutto e niente, ma ho in mente uno scenario preciso. Mi immagino, ad esempio, la vasta gamma di situazioni entro cui i comportamenti delle persone si intrecciano e, nella fretta, si accavallano, modificando i rapporti di fiducia. In una cornice complessa come questa l'impegno è diretto a spostare l’attenzione dalle parole più comuni come vittoria, sconfitta, sponsor e contratti verso alternative complementari come collaborazione, condivisione, empatia e qualità dei rapporti umani.
Si tratta di stabilire un elevato livello di competenza che comprenda una responsabilità a cui dedicare periodiche sessioni di aggiornamento e formazione, da integrare nella programmazione quotidiana dell’allenamento.


Ma c’è un punto che bisogna affermare a gran voce. Nello sport si lotta e si vince tutti assieme in un campo solo, che è quello dell’interdipendenza. È un inciso che può sembrare scontato, ma in realtà spesso le cose vanno al contrario.
Nel mio lavoro mi capita di ammirare la fermezza di chi stabilisce l’assoluta priorità dei settori giovanili. Sono le classiche situazioni in cui i comportamenti dei collaboratori sportivi tengono conto dell’aspetto emozionale della crescita basato prevalentemente sulle esperienze.
In casi simili, processare le informazioni significa provare a sintonizzare la realtà in favore di una resilienza organizzativa basata sulle persone e le qualità umane, oltre che sui ruoli e le mansioni. Contribuire all’armonia di un sistema sportivo vuol dire programmare basandosi sulla capacità di mettersi nei panni altrui e imparare a distinguere tra singoli comportamenti, emozioni e convinzioni personali. Molti conflitti si alimentano di queste ultime e la sospensione del giudizio - assieme all’ascolto - rappresenta un rimedio fondamentale.
Alle soglie del 2019, il mio impegno è confermato. Continuerò a contribuire al miglioramento dello sport sapendo che lo scopo è imparare a identificare i problemi piuttosto che eliminarli. Le situazioni si posso surfare quando si hanno gli strumenti adatti, ma per farlo occorre stabilire che interdipendenza, reciprocità e condivisione sono alla base di un qualsiasi funzionamento. Questo è lo sport a cui io partecipo, ma evidentemente richiede tempo, consapevolezza e competenze.

 

 

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