ConvegnoAIAS CPSPescara

Contribuire a un convegno è sempre una bella esperienza. Quando poi si tratta di una nuova cornice, come quella in cui mi sono trovata la settimana scorsa - grazie al Comitato Abruzzo dell’Associazione Italiana Avvocati dello Sport (AIAS) - ogni particolare diventa allo stesso tempo fonte di fatica ed entusiasmo. Non ho certo intenzione di scrivere ciò che ho esposto e ascoltato; sarebbe troppo il materiale e altissimo il rischio di non rendere onore all’esperienza. Quindi mi limito a confessare il piacere che ho provato nel parlare di “cattiveria agonistica”, di comportamento leale e del dubbio rapporto tra competizione e cattiveria.
Sono partita dallo stato d’animo di confusione che riferiscono i giovani di fronte alla prospettiva di lottare e ho descritto il pericoloso cortocircuito tra la difficoltà di concentrazione e la mancanza di fiducia in sé e nel futuro. Nel fare leva su un ricordo della mia infanzia, ho preso in prestito le parole di Ferruccio Antonelli - fondatore della Psicologia dello Sport di livello internazionale - per escludere che l’agonismo con le sue dubbie connotazioni sia appannaggio esclusivo dello sport. Poi, ho insistito sui sistemi motivazionali interpersonali (SMI), che invece essendo tendenze universali, biologicamente determinate e selezionate su base evolutiva, possono favorire l’esercizio di un comportamento leale quando vengono espresse in maniera funzionale.

Mi limito a questo. Il 22 giugno ormai è trascorso e non è lì che mi voglio soffermare. Provo quindi ad aggiungere un paio di dettagli, frutto di esperienze recenti.
Primo: abbiamo un bisogno improrogabile di conciliare la tendenza a competere con quella di cooperare alla pari.
Secondo: il comportamento leale è figlio di un’integrità verso la quale è necessario orientarsi utilizzando nuove unità di misura. Intendo dire che bisogna mollare la presa sull’ossessione del risultato e abbandonare il metodo di misurazione in voga, ispirato alla dicotomia vincere o perdere. Serve un’apertura mentale nuova che veda parametri di valutazione più promettenti. Essere coscienti del processo di crescita di un giovane, non significa semplicemente destreggiarsi nella complessità della situazione sportiva di cui si è protagonisti. Occorre mettere a fuoco la propria identità tramite la soddisfazione del proprio bisogno di coerenza.
Potrebbero essere questi i termini per sfatare i miti e scorgere le mete da raggiungere. C’è una qualità in cui confidare e un passo alla volta va raggiunta.