CPSPescara felicita gioiaTrovo che leggere e scrivere sia bello oltre che utile. Ma lo è anche ascoltare, esprimersi, confrontarsi sulle proprie esperienze. Sono modi diversi di crescere. Opportunità di redimersi. Ed è per questo che quando saltano fuori argomenti sportivi di conversazione, scanso la possibilità di essere compiacente e tengo a bada la mia opinione. Non è sempre facile, ma pare che ci riesca. Alcune volte, le questioni sono annose, altre di attualità, ma non è questo il punto. Lo è la sorpresa di individuare l’atteggiamento di chi spesso fa leva su di sé e sui propri interessi con la presunzione di sapere a priori cos’è giusto e cos’è bene per gli altri, molti altri. Troppi. E questo senza considerare che coinvolgere attivamente chi partecipa a qualcosa - qualsiasi cosa - è il solo modo di investire su una felicità condivisa. Emozione, quest’ultima, che col tempo può assumere i contorni della gioia. E chi non sa quanto può essere potente, la gioia!
Questa volta la questione è annosa e attuale allo stesso tempo. Alludo allo yoga, la tendenza in voga dell’estate in corso, che a giugno ha celebrato la terza giornata internazionale promossa dall’ONU. Una pratica millenaria, che non può e non deve coincidere con il business sottostante.

Quando entrano in gioco parole come salute, sport e benessere trovo sia davvero paradossale ambire a innescare un pensiero collettivo, che metta a repentaglio un'analisi completa dei valori e delle scelte possibili. La qualità della vita, con la possibilità di migliorare la propria quotidianità in base alle scelte di tutti i giorni, è funzione di un processo che credo debba puntare all’autonomia di ciascun individuo. E quando c’è chi si professa “cultore della materia” - qualsiasi essa sia -, la prima regola dovrebbe essere la sospensione del giudizio, l’umiltà di riconoscere che nessuna pratica è universalmente valida, che semmai ad esserlo sono i principi che la sorreggono. E che questi, come tali, si possono rintracciare dovunque, purché l’integrità della persona riesca a riposizionarsi nell’ottica di una civiltà - la nostra - che fatica ad accettare il bisogno di qualità piuttosto che di quantità.
Nei mesi scorsi, Giovanni Malagò ha annunciato l’ingresso dello yoga tra le discipline sportive riconosciute dal CONI, che attualmente è lui stesso a presiedere. Ultimati i controlli necessari anche con il CIO, l’iter dovrebbe concludersi. Ma ho troppe ipotesi a riguardo per tralasciare la necessità di formulare qualche interrogativo. Quanto tempo dovrà ancora passare per credere davvero che corpo, mente e ambiente sono strettamente collegati? E quante mode dovremo ancora seguire per credere di trovare il bandolo della matassa in un atteggiamento consapevole e non in una pratica prestabilita? Soprattutto, quale sarà il momento di riemergere dal gorgo delle panacee in voga?
La qualità delle opportunità che lo sport continua ad ampliare non può essere funzione di un’aggiunta discutibile, ma deve essere effetto di un atteggiamento nuovo. Bisogna avere il coraggio di riflettere sulla contemporaneità dei fatti sportivi e aggiustare il tiro. Sono processi continui e circolari, in cui bisogna entrare sul piano pratico e teorico. Lo sanno bene i protagonisti del progetto Primo Salto Siena che proprio in questi giorni sono in trepidante attesa di sapere se la palestra in cui crescono anno per anno sarà ancora casa loro.
Fin quando faticheremo a distinguere tra idee, pratiche ed emozioni di fronte a qualsivoglia proposta, sarà difficile scampare alle mode. Formare persone fisicamente educate significa anzitutto promuovere una sensibilità che sia di supporto alle soluzioni da ricercare in maniera costante e creativa. La qualità della vita a cui ispirarsi va oltre qualsiasi iscrizione, non prevede pacchetti né super offerte; è una qualità che richiede non solo sacrificio e impegno, ma anche attitudine ed entusiasmo. Tutto il resto è un tentativo, una modalità di apprendimento che assieme all’errore ha fatto la storia della psicologia, quando sul finire dell’800 Edward Thorndike trovò il modo di metterla a punto. Non è vero che tentare non costa nulla, può costare anche parecchio e in alcuni casi deve fare i conti con una scadenza.