sacco pieno sacco vuotoQuesta mattina ero in fila alle Poste, vicina a due signori che parlando di sport ingannavano il tempo e loro stessi. Discutevano di calcio e risultati, forti di pareri contrari. All’improvviso uno dei due ha dato un taglio netto a una complessità che stentava a prendere forma. "Non ci sono più i calciatori e le squadre di carattere". È questo quello che ha sentenziato e l’altro compiacente si è allineato. Stranamente si sono trovati d’accordo, complice lo scorrere del tempo che forse aveva consumato le rispettive attese.
Sono rimasta in silenzio aspettando che la mia fila finisse, ma dalla propensione all’ascolto all’aver rubato quel pezzo di conversazione il passo è stato breve. La tentazione di soffermarmi sulle conclusioni raffazzonate delle persone che parlano di calcio, a volte, non mi dà scampo.
Provo a farla breve.
Lo sport prevede risvolti psicologici trasversali, perché al di là degli atleti ci sono delle persone e se queste corrono, nuotano o combattono, per certi versi cambia poco.
Carattere è un termine che rischia di confondere. È una nozione antica, che spesso viene usata ancora oggi come sinonimo di personalità, ma generalmente si distingue per una connotazione morale. Negli anni è stata usata per riferirsi alle tendenze comportamentali che fanno sì che una persona, al di là degli ostacoli, agisca secondo coerenza rispetto a determinati costumi o valori. Quindi carattere e personalità sono concetti davvero vicini, anche se il primo tende ad accentuare gli aspetti di valore e conformità rispetto agli standard sociali - si pensi a quando si dice di avere un carattere forte.


Entrando nel merito del compito educativo di un allenatore, sintonizzarsi sul carattere di un atleta vuol dire sviluppare tutto ciò che già c’è. Quindi, perché la prassi formativa risulti adeguata occorre partire da una conoscenza puntuale dell’individuo con cui si lavora.
Vengo al punto basandomi su quello che mi suggerisce il mio lavoro.
Facciamo finta che parlando di carattere, quel signore questa mattina intendesse la dimensione psicologica dell’atleta. Pensiamo, per esempio, alla fiducia, al coraggio di rischiare, alla capacità di collaborazione o all’impegno che richiede l’auto-realizzazione. Dico facciamo finta perché purtroppo la pervicace equivalenza tra carattere e temerarietà è un'antesignana delle fake news.
In campo, l’impiego del carattere nella formazione della personalità è una questione molto più bella e vera di quello che si crede. Il carattere, infatti, è parte integrante del processo evolutivo che l’atleta alimenta costantemente e di cui l’allenatore è responsabile.
Nella pratica, apprezzare l’atleta per il meglio che riesce a dare e l’impegno che mette in atto è di sicuro un ottimo espediente nella prospettiva del supporto che l’allenatore deve offrire.
Eppure se teniamo conto delle idee del team manager azzurro, Lele Oriali sui ragazzi dell’Italia U21 (“Nei momenti difficili viene fuori il carattere, la determinazione dell’italiano …”. Cit. Lele Oriali, Rai Sport) sembra che il signore delle Poste ci abbia preso.
Certo, dopo la partita con gli spagnoli verrebbe da chiedersi che fine abbia fatto il carattere degli italiani ieri sera, ma temo di farla troppo lunga. Mi torna in mente il gioco sacchi pieni sacchi vuoti di quando ero bambina …
Mi limito, quindi, a ipotizzare quanti brillanti giocatori, nuotatori o ginnasti stiano appassendo nel bisogno. Quanta energia e quanti talenti potremmo liberare se osservassimo meglio di quello stiamo già facendo e se ci sbarazzassimo di tutto quello che lo sport non è.
La mancanza di sensibilità e di qualità è estremamente costosa. Guardiamo un attimo anche al prezzo che stiamo pagando con l’abbandono precoce dei giovani o il tasso di sedentarietà della popolazione generale.
Se dobbiamo credere in un futuro, sarebbe bello che il valore dello sport non si misurasse dal numero delle vittorie o delle sconfitte, ma dalla possibilità di trasmettere quella libertà che attraversa il significato dell’impegno e della partecipazione.
Personalmente parlo di uno sport in cui l’educazione non serva a preparare l’ennesima competizione fine a se stessa, ma a vivere bene la vita. E soprattutto parlo di uno sport in cui la pratica consapevole non sia un privilegio, ma un diritto di tutti e in particolare dei giovani.
È questo il significato della cresibilità nello sport. Abbiamo la scienza, le prove e le risorse, serve adoperarsi. Sono passati 700 anni da quando gli inglesi adottarono il termine sport così come l’avevano partorito i francesi indicando l’insieme dei mezzi per passare piacevolmente il tempo. È tempo di innovazioni, di stabilire che la vittoria sportiva non è una questione di carattere e la sconfitta non ne implica una mancanza.