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Il 2017 è arrivato ed è tempo di buoni propositi. Per fortuna lo sport continua a fare capolino nell’elenco di qualcuno, anche in considerazione del suo ruolo o di quello che avrà, nei mesi a venire. Divagare sulla questione sport anche sulla scia dell’ultimissima dieta al pompelmo, consigliata per smaltire le abbuffate natalizie, mi sembra allora più che azzeccato.
La realtà è che se non pratichi sport definirti è facile. Ti dicono che non sei uno sportivo, e finisce là. In alternativa, possono chiamarti sedentario, ma cambia poco, è comunque come se ti mancasse qualcosa. Se invece lo pratichi, devi sentirti il primo degli sportivi, il più performante, il più carismatico, il più blasonato, quello che non molla mai. Forse è anche per questo che ci sono persone che non lo praticano più o non lo hanno mai praticato.
Quindi, cosa si potrebbe fare? Bella domanda. E, se allunghiamo la prospettiva, ce n’è una ancora più insidiosa. Quali saranno gli effetti a lungo termine dell’attività sportiva che produciamo con tutta la foga recente?
Forse è questo il punto su cui soffermarsi.
Provo a farlo.
Una delle conseguenze sarà il bisogno di diventare sportivi a tutti i costi, quindi di rimettersi in forma ogni volta, di indossare una divisa senza conquistarla, di ricevere un apprezzamento senza riconoscerlo. Non importerà più sentire o rispettare il proprio corpo. E neanche cercare la qualità nelle scelte che faremo o valutare le convinzioni che entreranno in gioco quando la nostra personalità sarà chiamata in causa.
E allora qual è la responsabilità di noi che ci adoperiamo per lo sport?
Qui la risposta è più semplice.


Assumere un comportamento consapevole e attento. Rispettoso di sé, degli altri e dell’ambiente sportivo in cui ci impegniamo. Non solo arrivare a sentirsi parte di quanti sono responsabili del funzionamento del sistema sportivo, con i diritti che crediamo di poter spendere a nostro vantaggio, ma soprattutto andare a fondo in quello che facciamo. Percepirne il gusto e contenere in ogni momento il rischio di ardere dal desiderio di distinguerci sentendoci i migliori. Puntare, quindi, a gettare delle basi comuni su cui poggiare tutti assieme al momento opportuno.
Stiamo attraversando una fase in cui l’importante è mostrare se stessi, quello che facciamo e farlo il prima possibile è come se ci narcotizzasse. La gente deve subito sapere che ci siamo con la nostra proposta all’ultimo grido. Non ci preoccupa chi subisce la confusione che creiamo, non ci interessa che le persone percepiscano una differenza là dove bisognerebbe garantire delle proposte equivalenti, non ci riguarda quello che potrà succedere quando la nostra sportività lascerà il posto a qualcosa o a qualcuno che interpreterà meglio di noi la logica del provare per credere. Bisogna praticare sport e basta! Stare al passo e seguire il flusso. Convincere più persone possibili e limitarne quindi le potenzialità, in barba all’interdipendenza, a cui lo sport dovrebbe abituarci, e alla strategia win-win, che sarebbe la più naturale da condividere. Chi afferma la tendenza più recente, è come se si giocasse la possibilità di guadagnare spazio e reputazione diventando il primo e riducendo lo sforzo necessario di fare le cose per bene. Mentre è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno per realizzare una qualsiasi attitudine.
Lo sport ci dimostra che con l’esercizio puoi riuscire in ogni cosa. Nel canto vale lo stesso principio, ma l’importante è riconoscere quello lusinghiero delle sirene.