RivaliSelezione a cura di M. Sassi - Rivali. Sfide leggendarie che hanno cambiato lo sport. «l'Ultimo Uomo» (a cura di), Giulio Einaudi editore (2022)

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Milorad Čavić amava dirla grossa per vedere che effetto avrebbe fatto. Non era un nuotatore come gli altri, anche se gli assomigliava, e diceva di non gareggiare per le medaglie. La sua fonte di ispirazione non era nemmeno un nuotatore, ma Steve Prefontaine, il mezzofondista statunitense che alle Olimpiadi del 1972 aveva deciso di condurre il gruppo dall'inizio alla fine dei cinquemila metri piani sacrificando l'oro, l'argento e il bronzo in cambio di una gara che potesse rimanere nella storia. Era lui ad aver detto che una corsa è un'opera d'arte che può essere compresa in tutti i modi che l'uomo possiede, e a Čavić piaceva ripeterlo. Arrivato a 28 anni, però, tutta la sua sicurezza era già evaporata. Il 2 agosto del 2012, nella notte del villaggio olimpico di Londra, Čavić prega, la mente ancora ferma a quattro anni prima, nella piscina del Centro Acquatico Nazionale di Pechino. «Dio ti prego, una volta finita questa gara, che vinca o che perda, medaglia o non medaglia, ti prego dammi la pace, lasciami andare avanti con la mia vita».

Nell'estate del 2008 non aveva ancora capito cosa significasse, ma aveva deciso che era arrivato il tempo per la sua opera d'arte e si era annunciato al mondo del nuoto sparandola grossa. Poche settimane prima dell'inizio delle Olimpiadi di Pechino aveva detto: «So che al mondo piacerebbe vedere Phelps vincere otto medaglie d'oro, ma io non voglio permetterglielo». Già nel 2004, Phelps aveva promesso di infrangere il record di Mark Spitz, il nuotatore statunitense che nel 1972 aveva vinto sette medaglie d'oro in un'unica Olimpiade. Se ci fosse riuscito la Speedo, che già lo sponsorizzava, gli avrebbe dato un milione di dollari. Ma Čavić voleva mettersi in mezzo: «Voglio uccidere il drago», aveva detto, senza sapere che ciò di cui si cibava il drago era proprio quel tipo di parole.

 

La mattina del 16 agosto del 2018, alla vigilia della finale dei 100 metri farfalla che avrebbe potuto dare a Phelps la settima medaglia d'oro, il suo allenatore di sempre, Bob Bowman, aveva fatto una cosa che non aveva mai fatto prima. A colazione, a pochi minuti dalla gara, si era seduto accanto a Phelps e gli aveva chiesto: «Lo sai cosa ho letto sui giornali stamattina? - Bowman lo seguiva da quando aveva undici anni e sapeva cosa dire e quando dirlo. - Čavić ha detto che per il nuoto sarebbe meglio se tu non vincessi otto medaglie d'oro. Che sarà lui a toglierti l'ottava». Phelps aveva sollevato lo sguardo dal piatto lievitando davanti a lui di alcuni centimetri, la rabbia lo stava gonfiando da dentro. Ha detto cosa? Čaviće Phelps si erano ritrovati poco dopo uno accanto all'altro in piscina: Čavić in corsia quattro, Phelps in corsia cinque. Entrambi avevano gli occhialetti specchiati, ma Čavić aveva deciso di calarli sugli occhi subito dopo essere entrato in piscina. L'idea era di costringere il suo avversario a vedersi riflesso e ci provò in tutti i modi, girandosi dalla sua parte fino a pochi momenti prima della partenza. Phelps, però, non guardava i suoi avversari, non stava guardando Čavić nemmeno adesso, concentrandosi sull'orologio alle sue spalle. Era questa la sua forza e la sua maledizione: fin da bambino Bowman lo aveva allenato a ripetersi che i suoi unici avversari erano il tempo e Michael Phelps, e alla fine aveva finito col crederci.


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fonte: Einaudi