Le regole e il sudoreSelezione a cura di M. Sassi - Le regole e il sudore, di Boniolo, G., Raffaello Cortina Editore (2013)

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I genitori dovrebbero affidarsi alla società, a cui propriamente spettano le scelte, soprattutto quella dell'allenatore. Per contro, ovviamente, la società - ossia i suoi dirigenti - dovrebbe essere in grado di scegliere al meglio. A dire il vero, come non tutti gli allenatori sulla piazza sono grandi allenatori - anzi alcuni che mi è capitato di incontrare erano molto meno che mediocri -, così nemmeno tutti i dirigenti sono veramente in grado, per mancanza di conoscenze e di capacità organizzativa e gestionale, di compiere le scelte corrette. Tra l'altro, vi è molto più dilettantismo (inteso negativamente) tra i dirigenti, specie in società piccole o medio-piccole, che fra gli allenatori, i quali in fondo, bene o male, un po' di formazione, magari a livello locale, l'hanno ricevuta. Diverso il caso dei primi, che spesso non hanno alcuna preparazione né predisposizione e si trovano a dirigere per puro caso o per desiderio personale di apparire. Codesti amatori allo sbaraglio sono quasi più dannosi degli allenatori mediocri. Ma restiamo sugli allenatori.
Ricorderai, caro Silvio, chi fu il nostro allenatore in quell'anno passato insieme. Non era "malaccio", almeno relativamente alla nostra voglia di divertirci giocando, anche se aveva l'abitudine di scegliere il tipo di allenamento pescando a caso in un mazzo di schede contenenti ciascuna un programma di due ore. Eppure vincevamo, anche se non tanto perché c'era lui, ma per merito nostro. Non se ne accorse mai. Una simile inconsapevolezza delle ragioni della vittoria o della sconfitta è tipica di moltissimi allenatori impreparati al compito che dovrebbero svolgere. Pensano di essere validi perché vincono, ma non si accorgono che la vittoria avviene indipendentemente da loro (anzi, talvolta, nonostante loro). In realtà, sono i giocatori a vincere, da soli. Allo stesso modo, alcuni allenatori non riescono a capire le ragioni di una sconfitta, non rendendosi conto che a perdere non sono stati loro, ma i giocatori, magari i medesimi che la volta precedente avevano portato la squadra alla vittoria. Questa situazione si verifica soprattutto nei campionati giovanili o comunque di basso livello, dove bastano veramente pochi elementi che abbiano voglia di giocare e che abbiano capacità superiori allo standard medio, relativamente a quel livello, per cambiare drasticamente l'esito della partita. Certi allenatori pensano di vincere, altri di perdere, ma in entrambi i casi vittoria e sconfitta non dipendono da loro. Essi pensano di allenare ma, in realtà, dirigono solo il traffico. Magari si vincono alcune partite o si disputa un bel campionato, ma il merito è solo dei pochi atleti in gamba che sono stati in grado di volgere la situazione a loro favore. E lo sprovveduto allenatore non se ne accorge. Capita, purtroppo spesso.
Mi chiederai cosa pretendo dagli allenatori. Se fossi il responsabile di una società sportiva almeno un poco seria, esigerei prima di tutto l'educazione e il rispetto delle regole societarie; inoltre, vorrei che vi fosse almeno un'idea di ciò che viene chiamato evidence-based coaching, un approccio mutuato dalla medicina clinica.

 

Sicuramente avrai avuto esperienza (diretta, specie in gioventù, o indiretta, tramite i racconti dei tuoi genitori) di un modo di praticare la medicina che si basava quasi esclusivamente sulla pratica e sulla capacità del clinico di diagnosticare una patologia sia attraverso l'osservazione dei segni presenti sul corpo del paziente sia dei sintomi raccolti durante l'anamnesi. Il medico, grazie agli studi compiuti e all'esperienza, interpretava segni (per esempio il colore giallo della pelle, la lingua coperta da una pellicola bianca, il ventre duro ecc.) e sintomi (per esempio un dolore intercostale, un senso di pressione intratoracica, la difficoltà a urinare ecc.) e diagnosticava di conseguenza, indicando terapia e prognosi. Negli ultimi decenni, però, ci si è resi conto che una maggiore oggettività nella fase diagnostica e terapeutica poteva essere raggiunta senza per questo svilire l'esperienza e le conoscenze del curante. Ovvero, si è preteso che il medico, da un lato, conoscesse i risultati che la scienza medica aveva conseguito, specie nel campo di sua pertinenza, e dall'altro che dovesse utilizzare indicatori meno soggettivi rispetto ai segni sul corpo del paziente o ai suoi racconti, come lo sono i test di laboratorio. In effetti, l'interpretazione di segni e sintomi, per quanto importante, dovrebbe essere corroborata dai risultati di esami che, in modo più oggettivo, permettono di approfondire determinati aspetti clinici e di formulare, di conseguenza, una diagnosi più precisa.


👉 GIOVANNI BONIOLO è professore di Filosofia della scienza presso il dipartimento di Scienze della salute dell'Università di Milano e presso l'Istituto europeo di oncologia. Da giovane è stato giocatore di basket di livello nazionale.

fonte: Raffaello Cortina Editore