Il bar delle grandi speranzeSelezione a cura di M. Sassi - Il bar delle grandi speranze, di Moehringer, J.R., Piemme (2007)

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«Non avete mai sentito parlare del sostituto corridore? Il sostituto corridore sta vicino alla casa base e fa il giro delle basi ogni volta che un battitore colpisce la palla!»
«E se nessuno la colpisce?» dissi io.
«Spiritoso! Mi piaci. Lancia quella cazzo di palla, Tom.»
Aspettai che il sostituo corridore si posizionasse. Poi lanciai verso il battitore, che spedì una palla alta e lenta verso la terza base. Il sostituto corridore scattò verso la prima base mulinando gli arti, con la cravatta che sventolava come un nastro legato all'antenna di un'auto. Out, e di parecchio. Continuò a correre. Puntò alla seconda. Out di nuovo. Corse verso la terza. Out. Continuavamo ad eliminarlo in tutti i modi, ma lui non si fermava. Quando fu vicino alla casa base, si gettò a testa bassa atterrando di pancia sul piatto, dove giacque immobile mentre tutti noi ci raccoglievamo intorno a lui come lillipuziani intorno a Gulliver. Ci chiedevamo se fosse morto o no. Alla fine lui si girò sulla schiena e si mise a sghignazzare come un matto. «Salvo» disse.
I ragazzi risero con lui, e io più di tutti. Ero un ragazzo serio - mia madre era seria, la nostra situazione era seria - ma quell'uomo ai miei piedi era tutt'altro che serio, e veniva dal Dickens. Non vedevo l'ora di unirmi a lui. Non vedevo l'ora di diventare come lui.
Invece diventai ancora più serio. Tutto diventò più seriuo.
Credevo che la sesta classe sarebbe stata una passeggiata, come tutte le precedenti, ma per qualche motivo il carico di lavoro raddoppiò e si complicò drammaticamente. Di colpo i miei compagni sembravano più intelligenti di me, e più informati sulle cose della vita. Il mio amico Peter mi disse che alla domanda per il college bisognava allegare un elenco di tutti i libri letti. Si vantò di avere già cinquanta libri sulla sua lista. Io non ricordo tutti i libri che ho letto, gli dissi in preda al panico. In questo caso, fece lui, probabilmente non sarai ammesso al college.

«E alla facoltà di legge?» domandai.
Lui scosse lentamente la testa.
Al corso di scienze la signorina Williams ci fece firmare un contratto che ci vincolava a fare del nostro meglio. Quello che nelle intenzioni della signorina Williams doveva essere un sistema geniale per motivarci, per me fu come una condanna a morte. Esaminai attentamente il contratto, rimpiangendo di non essere già un avvocato per riuscire a trovare qualche scappatoia. Tutte le mattine, col contratto nello zaino, salivo sul pulmino della scuola come se andassi ai lavori forzati. Poco dopo, il pulmino passava davanti a una casa di riposo. Io premevo la faccia contro il vetro e invidiavo quei vecchi seduti nelle loro sedie a dondolo, liberi di guardare la tv e leggere tutto il giorno. Quando lo riferii a mia madre, lei rispose a voce molto bassa: «Sali in macchina».
Mentre giravamo per Manhasset con la T-Bird, mia madre mi disse che dovevo smettere di angosciarmi. «Fa' solo del tuo meglio, tesoro.»
«È esattamente quel che die il contratto della signorina Williams» piagnucolai. «Come faccio a sapere qual è il mio meglio?»
«Il tuo meglio è quel che riesci a fare tranquillamente senza farti venire un esaurimento nervoso.»
Non capiva. Secondo la mia visione in bianco e nero del mondo, non bastava che facessi del mio meglio. Dovevo essere perfetto. Per prendermi cura di mia madre, per mandarla al college, dovevo eliminare tutti gli errori. Erano stati degli errori a metterci in quella situazione - la nonna che aveva sposato il nonno, il nonno che aveva impedito a mia madre di andare al college, mia madre che aveva sposato mio padre - e continuavamo a pagarli. Dovevo correggere quegli errori evitando di farne di nuovi, ottenendo voti perfetti, poi entrando in un college perfetto, poi in una facoltà di legge perfetta, poi facendo causa al mio imperfetto padre. Ma dato che la scuola stava diventando più difficile, non sapevo come fare a essere perfetto, e se fossi stato imperfetto, avrei deluso mia madre e mia nonna, e non sarei stato meglio di mio padre, e allora mia madre avrebbe cantato e pianto e insultato la calcolatrice: questo era il flusso dei miei pensieri al parco giochi mentre guardavo gli altri bambini che giocavano a palla.


👉 JOHN JOSEPH MOEHRINGER è nato a New York nel 1964. Corrispondente del Los Angeles Times, ha vinto nel 2000 il premio Pulitzer per il suo eccezionale ritratto di Gee's Bend, una isolata comunità fluviale in Alabama. Dopo aver collaborato con Andre Agassi alla stesura di Open, l'autobiografia del tennista, ha pubblicato Pieno giorno, nuovo capolavoro sulla vita di Willie Sutton, il più straordinario rapinatore di tutti i tempi.

fonte: Piemme