Lo Zen e il tiro con l'arcoSelezione a cura di M. Sassi - Lo Zen e il tiro con l'arco, di Herrigel, E., Adelphi (1975)

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L'agevolezza con cui si esegue un atto di forza è senza dubbio uno spettacolo alla cui bellezza l'uomo dell'Estremo Oriente è particolarmente sensibile e grato. A me invece pareva - né al livello a cui ero arrivato poteva essere altrimenti - più importante il fatto che dall'agevolezza del tiro dipendesse l'esattezza del colpo. Dall'esperienza che avevo del tiro col fucile sapevo le conseguenze del più piccolo movimento che faccia deviare anche minimamente dalla linea di mira. Tutto ciò che avevo imparato e raggiunto lo comprendevo soltanto da questo punto di vista: tendere l'arco, restare nella massima tensione, scoccare il colpo, sostenere la scossa all'indietro, e sempre con animo e corpo disteso - tutto questo non era forse al servizio della precisione del tiro e di conseguenza dello scopo per cui s'impara con tanta fatica e pazienza il tiro con l'arco? Perché allora il Maestro ne aveva parlato come se si trattasse di un procedimento che superava di molto tutto ciò in cui ci eravamo esercitati e che ci era noto?
Comunque mi esercitavo con zelo e diligenza secondo le istruzioni del Maestro. Eppure ogni sforzo era vano. Spesso mi sembrava di aver tirato meglio prima, quando ancora senza prevenzioni facevo partire il colpo alla cieca. Anzitutto osservai che non mi riusciva di aprire senza sforzo la mano destra, a cominciare dalle dita premute sopra il pollice. Questo provocava una scossa nel momento in cui tiravo e facevo deviare il colpo. E ancora meno ero capace di sostenere elasticamente la scossa della mano improvvisamente libera. Il Maestro continuava a mostrarmi il giusto modo di tirare, senza scomporsi; senza stancarmi io cervavo d'imitarlo - col solo risultato di diventare ancora più malsicuro. Mi sembrava di procedere come il millepiedi che non fu più capace di camminare dopo che si fu lambiccato il cervello per stabilire in quale ordine muoveva i piedi.
Il Maestro era meno spaventato di me del mio insuccesso. Sapeva per esperienza che si doveva passare da quel punto? «Non pensi a quello che deve fare, non rifletta sull'esecuzione!» mi gridava. «Il colpo fila liscio solo se sorprende il tiratore stesso. Deve essere come se la corda tagliasse improvvisamente il pollice che la trattiene. Lei non deve dunque aprire la mano destra con intenzione!».


Seguirono settimane e mesi di infruttuoso esercizio. Dal modo in cui tirava il Maestro potevo ogni volta trarre il modello, scorgere la natura del tiro giusto. Ma non me ne riusciva uno. Se io, in vana attesa del colpo, cedevo alla tensione perché incominciava a farsi insopportabile, le mie mani si avvicinavano lentamente l'una all'altra e il colpo non partiva. Se resistevo ostinatamente fino a perdere il fiato, ero obbligato a chiamare in aiuto i muscoli delle braccia e delle spalle. Restavo, è vero, immobile - come una statua, diceva ironicamente il Maestro - ma contratto, e il rilassamento era scomparso.
Fosse caso, fosse voluto dal Maestro, avvenne che un giorno ci trovammo insieme a prendere una tazza di tè. Io afferrai al volo la felice occasione per parlargli liberamente e gli aprii il mio cuore.
«Capisco bene» dissi «che non si deve aprire la mano bruscamente, se non si vuole guastare il colpo. Ma in qualunque modo io faccia, sbaglio sempre. Se stringo la mano il più possibile, quando l'apro la scossa è inevitabile. Se invece cerco di tenerla rilassata, la corda sfugge ancora prima di aver raggiunto l'intera apertura dell'arco, involontariamente, è vero, ma troppo presto. Tra queste due maniere di sbagliare io mi dibatto e non trovo via d'uscita».
«Lei deve» rispose il Maestro «tenere la corda tesa come un bambino piccolo tiene il dito che gli si porge. Lo tiene così stretto che non finiamo di meravigliarci della forza di quel minuscolo pugno. E quando abbandona il dito lo fa senza la minima scossa. Sa perché? Perché il bambino non pensa - mettiamo: ora lascio il dito per afferrare quest'altra cosa. Ma, senza riflettere e senza intenzione, passa da una cosa all'altra e si potrebbe dire che egli gioca con le cose se non fosse altrettanto giusto dire che le cose giocano con lui».


👉 EUGEN HERRIGEL (1884-1955), insegnava filosofia a Heidelberg quando, nel 1924, fu invitato a tenere dei corsi all'Università Imperiale di Sendai, in Giappone. Tornato, dopo parecchi anni, in Europa, pubblicò nel 1948 Lo Zen e il tiro con l'arco che ha avuto dalla allora una grande fortuna in molti paesi.