GrintaSelezione a cura di M. Sassi - Grinta, di Duckworth, A., Giunti (2016)

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«Quanto della nostra grinta dipende dall’ereditarietà?».
Una qualche versione di questa domanda mi viene fatta più o meno ogni volta che tengo una conferenza sul tema della passione e della perseveranza. La questione natura/cultura è delle più fondamentali. Sappiamo intuitivamente che certe cose - per esempio la statura - dipendono dalla lotteria dei geni, mentre altre - per esempio se parliamo inglese o francese - sono il risultato dell’educazione e dell’esperienza. «La statura non cresce con l’allenamento» è una battuta ricorrente tra gli allenatori di pallacanestro. E molti, quando mi sentono parlare di grinta, si chiedono se questa somigli più alla statura o alla lingua materna.
Alla domanda se la grinta ci viene dal nostro DNA ci sono due risposte, una breve e una lunga. Quella breve è: «In parte». Quella lunga è, sì, più complicata, ma a mio avviso merita la vostra attenzione. La scienza ha fatto progressi enormi nel capire in che modo l’ereditarietà, l’esperienza e la loro interazione ci hanno fatti come siamo. Purtroppo, a quanto ho avuto modo di vedere, l’intrinseca complessità di questi fatti scientifici ha portato a continui fraintendimenti. Per cominciare, posso dirvi con totale cognizione di causa che ogni tratto umano dipende sia dai geni sia dall’esperienza.
Prendiamo la statura. È indubbiamente ereditaria: differenze genetiche sono una ragione importante per cui alcuni individui sono molto alti, altri molto bassi e la grande maggioranza ha una statura intermedia. Ma è anche vero che la statura media della popolazione maschile e femminile è cresciuta enormemente nel corso di poche generazioni. Per esempio, i dati degli uffici di leva britannici indicano che un secolo e mezzo fa la media maschile nel Regno Unito era di 158 cm, mentre oggi è di oltre 170 cm; e in altri Paesi l’aumento è stato ancora più impressionante: in Olanda la statura media per i maschi raggiunge quasi i 180 cm, con un aumento di oltre 15 cm in 150 anni (me ne ricordo ogni volta che mi incontro con un gruppo di colleghi olandesi: si chinano gentilmente verso di me, ma non posso togliermi dalla testa l’impressione di essere in mezzo a un bosco di sequoie).


È molto improbabile che il patrimonio genetico sia cambiato così drasticamente in poche generazioni: il fattore preponderante nella crescita della statura media è rappresentato dall’alimentazione, dalla migliore qualità dell’aria e dell’acqua, dai progressi della medicina. Fra parentesi, l’aumento di peso da una generazione all’atra è stato ancor più drammatico a causa dell’alimentazione abbondante e dell’aumento della vita sedentaria. L’influenza dell’ambiente sull’altezza la si può osservare anche nell’ambito di una sola generazione: i bambini che godono di una buona alimentazione diventano più alti, mentre la denutrizione impedisce la crescita.
Tanto più tratti psicologici e morali, come onestà, generosità e per l’appunto passione e perseveranza, sono influenzati dall’esperienza. Lo stesso vale per il QI, l’estroversione, l’amore per la natura, la golosità, la dipendenza dal fumo, il rischio di contrarre il cancro della pelle e qualunque altro tratto. Conta la natura, ma altrettanto conta l’ambiente di vita.

Anche il talento, in tutte le sue varietà, dipende dal patrimonio genetico: alcuni di noi nascono con un buon orecchio musicale, con i geni giusti per tirare a canestro o per risolvere equazioni matematiche, ma, al contrario, di ciò che si crede, nessun talento è interamente ereditario. Lo sviluppo di qualunque abilità, infatti, dipende in maniera decisiva anche dall’esperienza. Vediamo, per esempio, la storia di un mio collega, il sociologo Dan Chambliss. Alla scuola media era un buon nuotatore, ma smise di allenarsi quando si rese conto che non sarebbe mai arrivato a competere a livello nazionale.


👉 ANGELA DUCKWORTH, proveniente da una formazione che agli studi psicologici ha coniugato studi neurobiologici, attualmente è docente di Psicologia nella University of Pennsylvania.
È stata consulente della Casa Bianca, della Banca mondiale e di varie squadre di basket e di football americano dei campionati NBA e NFL. Nel 2013 ha vinto il prestigioso MacArthur Fellowship. È fondatrice e direttrice scientifica del Character Lab, un’organizzazione no profit che ha lo scopo di promuovere la scienza e la pratica dello sviluppo psicologico.

fonte: Giunti editore