Mettere al mondo il mondoSelezione a cura di M. Sassi - Mettere al mondo il mondo, di S. Bartezzaghi, Bompiani Campo Aperto (2021)

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La percezione del mondo

A chi non condividesse le diverse teorie metafisiche del genio, dell'ispirazione, della creazione e dell'artista come demiurgo risulterebbe arduo attribuire un'origine sovrannaturale alle opere umane. Se a mandarla non è un dio o un suo succedaneo, come si forma in noi un'idea inedita? Le vie che può aver seguito sembrano essere due: la via speculativa, dell'idea pensata, e la via empirica, dell'idea che sorge da una manipolazione della materia. Ma in forma più o meno diretta le due vie condividono il punto di partenza, che è la conoscenza del mondo. Anche la speculazione infatti può solo fondarsi su una precedente assunzione di dati, messa in memoria e quindi elaborazione e trasformazione. Tale assunzione di dati avviene attraverso le facoltà sensoriali.
La tradizione che fa capo all'aristotelico De anima identifica tali facoltà in vista, udito, olfatto, gusto, tatto; oggi riconosciamo come altre possibili facoltà sensoriali la percezione del dolore, della temperatura, del proprio corpo, nei suoi organi (propriocezione) e nei suoi movimenti (cinestesia). Alighiero Boetti era convinto che in futuro si sarebbero scoperti altri organi di senso e si sarebbe considerato il pensiero stesso come una forma di percezione (Bartezzaghi, 2010).
In questa sede però ci atterremo alla tipologia classica dei cinque sensi anche perché - come lo stesso tema della creatività - così nel caso della sensorialità questa non ci interessa tanto come fenomeno in sé quanto per come è comunemente (quindi tradizionalmente) rappresentata, per esempio nel linguaggio.
Come abbiamo visto, sarebbe del tutto ingannevole pensare che il soggetto percepisca la realtà così come è - passivamente - e che poi manipoli i dati percepiti e li trasformi. Già a livello dei nostri organi di senso noi selezioniamo ciò che viene percepito: l'"immagine" della realtà - cioè il modello generale che tutti i nostri organi di senso ce ne resittuiscono - è di per sé un'elaborazione, contiene punti salienti e zone lasciate opache, a seconda di un sistema di predisposizioni individuali o sociali cui ogni individuo è soggetto:

Il mondo non è la scena davanti alla quale scorrono le nostre azioni, bensì l'ambito in cui si evidenziano [...]. Le percezioni sensoriali sono in prima istanza la proiezione dei significati sul mondo: sono sempre una valutazione, un'operazione che delimita le frontiere, un pensiero in atto sull'ininterrotto flusso sensoriale in cui l'uomo è immerso.

A parlare così è l'antropologo David Le Breton, il quale prosegue:

I sensi non sono "finestre" sul mondo, "specchi" che registrano le cose in modo indifferente alle culture e alle sensibilità, bensì filtri che trattengono nella loro rete soltanto ciò che l'individuo ha imparato a mettervi o ciò che cerca, appunto, di identificare mobilitando tutte le proprie risorse. (Le Breton, 2006)

Il contrario della passività, quindi: "Le cose non esistono in sé, sono sempre investite da uno sguardo, da un valore che le rende degne di essere percepite".

 

Sensorialità astratta, o dei sensi estesi

La percezione delle sostanza del mondo, quella che investe i dati fisici e chimici che il nostro corpo acquisisce tramite gli organi di senso, implica già forme culturali di interpretazione. Ancor più vero e ancor più pertinente al discorso della creatività è che esiste un livello diverso, a cui potremmo assegnare il nome di "sensorialità astratta". Seguendo l'intuizione di Alighiero Boetti più che il dualismo mente/corpo di orgine cartesiana, si potrebbe formulare l'ipotesi che il cervello stesso sia un organo di senso e che dunque vada lasciata sfumare anche la distinzione categoriale e forte tra "sensorialità materiale" e "sensorialità astratta". Ma anche mantenendoci nel solco della tradizionale tassonomia dei cinque sensi sarebbe impossibile non notare che nella nostra lingua e nella cultura ogni senso conosce un suo doppio immateriale, un'estensione mentale alla cui reale esistenza e consistenza crediamo collettivamente e con fermezza. Estensione che finisce per giocare un ruolo cruciale nella genesi della creatività, che prende avvio proprio da una percezione del mondo diversa, più profonda e in qualche  modo "più originale".

 

Olfatto, fiuto

Con il passaggio alla stazione eretta la specie umana ha potenziato la vista e perso quasi interamente l'olfatto, Quest'ultimo è il senso forse più animale, legato alla terra e alla prossimità. La lingua italiana però affianca all'olfatto il fiuto. "Fiuto" può essere usato come sinonimo di "olfatto", ma più comunemente in riferimento ad animali; la sua accezione più comune è quella estesa e figurata. L'olfatto ci fa percepire l'odore di ciò che c'è o c'è stato, il fiuto è la capacità di percepire l'odore di ciò che non c'è mai stato o non c'è ancora. Il "fiuto" della notizia, per esempio, è per un giornalista la capacità quasi sovrannaturale di essere lì dove sta per succedere qualcosa; il "fiuto" dell'investigatore è quello di chi riconosce dai pochi indizi a disposizione la "pista" che porta al colpevole, l'unica giusta, a volte senza che neppure l'investigatore sappia spiegare come e perché.
Il fiuto inteso non come sinonimo dell'olfatto ma come suo corrispondente astratto è il senso dei talent scout, dei collezionisti, dei mercanti d'arte, degli speculatori finanziari, di chi svolge trattative e dei ricercatori in genere. L'analogia ha chiare origini nell'ambito della caccia: si "fiuta" la preda cognitiva rintanata, la si individua inseguendo una "pista" per poi costringerla a venire allo scoperto. In coerenza con tale metafora, investigatori e giornalisti di inchiesta vengono anche chiamati "segugi".

 

Vista, visione

La vista è il senso. La visione è il processo percettivo che coinvolge la vista. ma in senso esteso la visione è anche

la percezione visiva di eventi, immagini e sim. che, pur non essenso in sé reali, traggono origine dalla realtà, sono attinenti ad essa e possono diventare reali: visione ideale, visione profetiva, le visioni di cassandra; avere una visione. (voce "Visione", ∫ 7, in Zingarelli, 2021)

Anche qui, come con il "fiuto", abbiamo la percezione di ciò che non c'è. Ma nel caso dell'immagine visiva questa accezione dà immediatamente nel sovrannaturale, ci riporta a quell'ambito elevato in cui la sfera umana è più direttamente a contatto con la sfera divina. È interessante però che la visione si sviluppi come estensione del senso visivo anche in ambiti del tutto terreni e materiali, come l'imprenditoria. Qui per vision si intende la capacità di intuire gli scenari futuri, in vista dell'allocazione delle risorse a disposizione dell'impresa. Si tratta dunque di una virtù strategica e ha una particolare declinazione nell'uso sportivo di "visione di gioco". In sport di squadra come il calcio, la pallacanestro, la pallanuoto, la pallavolo ci sono giocatori di cui si dice che hanno una buona o ottima "visione di gioco", qualità necessaria per i ruoli di "regista", "playmaker", e simili. In particolare la "visione di gioco" è "vista" in senso letterale, perché è la capacità di controllare un ampio orizzonte del campo ("visione laterale"); in parte però è puro senso esteso, ed è la capacità di "vedere" in anticipo le mosse di compagni e avversari e di prefigurare gli stati successivi degli schieramenti (rendendo per esempio possibili i passaggi "no look", in cui si fa pervenire la palla con precisione in un punto del campo mentre si sta osservando un angolo lontano se non opposto). La visione entra così in una relazione complessa con il "calcolo strategico", di cui è una variante intuitiva, meno precisa ma più veloce.
La "visione" come senso esteso della vista ha anche un corrispettivo minore, più "povero": è l'"occhio". "Avere occhio" è saper intuire velocemente le salienze, individuare i punti critici (nel bene e nel male) di una situazione. Hanno occhio gli attribuzionisti e i correttori di bozze, i cacciatori di funghi e i connaisseur d'arte e antiquariato, i solutori di jigsaw puzzle e, naturalmente, i fotografi.

 

Udito, orecchio

La percezione materiale degli stimoli visivi e degli stimoli uditivi viene nominata con sostantivi astratti: rispettivamente, "vista" e "udito". Stimoli "visivi" e "uditivi" in termini di sensorialità astratta sono invece nominati coi nomi anatomici degli organi di senso. Si dice della vista e dell'"occhio", che assieme alla "visione" è una delle forme di sensorialità visiva astratta. Anche per l'udito la variante astratta è la metonimia (l'organo per la funzione) dell'"orecchio". Così come "avere occhio" infatti si dice anche "avere orecchio" (e in effetti si dice anche "avere naso"): sono usi enfatici, da intendere come "avere molto occhio", o "orecchio", o "naso"; godere quindi di potenzialità supplementari rispetto alla normalità.
Con "avere orecchio" si intende innanzitutto e soprattutto una competenza che ha a che fare con la musica. Chiunque non sia privo del senso dell'udito ascolta musica; chi "ha orecchio" però la sente in modo più analitico: per esempio, distingue le parti dei diversi strumenti; avverte difetti anche minimi di intonazione; individua varianti di esecuzione impercettibili ad altri o analogie e parallelismi fra brani musicali differenti. In senso più tecnico, l'"orecchio relativo" è la capacità di stabilire con esattezza l'intervallo tra due note: è una qualità necessaria ai musicisti e si può esercitare. L'"orecchio assoluto" invece non è una qualità che si possa acquisire, né è necessaria (e tantomeno sufficiente) per essere grandi o anche solo buoni musicisti ed è la capacità di stabilire esattamente l'altezza di una nota.
Più genericamente si può "avere orecchio" anche per valori positivi e negativi, metaforiche note esatte e stonature. Per esempio, avere orecchio per le mode lessicali (accorgersi che una parola sta diventando di moda, che un modo di dire si sta diffondendo), per le inflessioni dialettali, addirittura per il regolare funzionamento di motori o organi meccanici. Infine "a orecchio" significa suonare senza spartito: capacità intuitiva contro studio accademico (come già più sopra so opponevano visione e calcolo). Dove l'intuizione pretende di sostituire lo studio si ha però la degenerazione costituita dagli "orecchianti".

[...]

Con l'assieme dei cinque sensi estesi si compie il passaggio dalla sensorialità (concreta) alla sensibilità (astratta).
Tale sensibilità è il presupposto della creatività: quando si parla di creatività, infatti, tutti i termini percettivi vengono riconfigurati, separati dal mondo fisico, biologico e chimico della sensorialità materiale, applicati al mondo immateriale delle idee, delle intuizioni, delle prefigurazioni, delle relazioni, delle sensazioni stesse. La creatività è volta a qualcosa che non c'è ancora, o è latente, da scoprire. Il "what if" della possibilità che non si è realizzata; i mondi paralleli che coesistono - in una propria dimensione - a quello in essere; i possibili stati futuri del mondo.

 

👉 STEFANO BARTEZZAGHI, è docente di Semiotica della creatività all’Università Iulm; collabora con la Repubblica. Ha pubblicato saggi, raccolte di giochi linguistici, enigmistici e letterari e ha scritto la prima storia italiana del cruciverba, L’orizzonte verticale (2007). Ha curato e commentato la nuova edizione degli Esercizi di stile di Raymond Queneau, nella classica traduzione di Umberto Eco (2001). Per Bompiani ha pubblicato Parole in gioco (2017) e Banalità (2019).

fonte: Bompiani