Ferruccio Antonelli - Letture di psicologia sportivaSelezione a cura di M. Sassi - Letture di psicologia sportiva, di Antonelli F., Edizioni Luigi Pozzi (1987)

Pagg. 54-55


Nati per vincere

Se molte sono le motivazioni a fare lo sportivo, ce n’è una sola per fare il campione, l’atleta vincente: è una straordinaria volontà di vittoria.
Secondo Singer questo è il cliché di coloro che hanno un elevato bisogno di successo: posseggono qualità eccezionali, cioè la materia prima: attitudini specifiche, fisico ad hoc, mentalità vincente, adeguate potenzialità dello psichismo.
Dimostrano una notevole continuità nel lavoro. In ogni sport, per raggiungere risultati eccellenti, c’è bisogno di duro lavoro e sforzi continui quali i lunghi allenamenti quotidiani spinti fino ai limiti di un’apparente alienazione.
Lavorano con efficienza e velocità. Con «mestiere», disinvoltura mista ad abilità, cioè «classe».
Sono orientati più sullo scopo che sulla persona. L’obiettivo è la vittoria, costi quel che costi, salute compresa. La motivazione salutista viene disattesa e così quella ludica.
Si assumono rischi ragionevoli e godono dello stress. Nessuna meraviglia: il rischio è un concetto soggettivo nel senso che, per esempio, volare nel salto con l’asta può essere un rischio per tutti meno che per chi lo fa per professione. Lo stress non ha soltanto connotazioni negative: possono essere motivo di stress, ma piacevole, anche l’amore, l’estasi, e appunto lo sport.
Amano assumersi personalmente le responsabilità delle loro azioni, cioè si gestiscono da soli concedendo all’allenatore solo suggerimenti tecnici.
Vogliono conoscere i risultati, e studiarli giorno per giorno, per valutare la possibilità di migliorarli. È così anche nell’industria e nelle aziende: la produttività e la soddisfazione non aumentano quando metodi e strategie sono dettati dagli altri.


Da tali caratteristiche esce un modello nobilitato di atleta-top, eliminando una volta per tutte il frusto schema dell’atleta incapace e immaturo che bisogna manipolare, o dell’atleta-macchina che va solo guidato. L’approccio migliore tra questi atleti e il loro allenatore è quello che prevede un confronto civile e intelligente, un dialogo aperto su aspettative, metodi, programmi a breve e lungo termine; un continuo scambio di idee, riflessioni, valutazioni.
Le prime basi del successo si gettano attraverso un sano processo di interazione: allenatore e atleti devono coinvolgersi in modo tale da formare una relazione che miri a stabilire e raggiungere determinati obiettivi. Comandare e usare metodi autoritari hanno difetti intrinseci. D’altra parte, permettere agli atleti una completa libertà nel processo decisionale è altrettanto pericoloso. L’atleta-top è fin troppo motivato, ma rischia di demotivarsi se si sente trattato male o se i miglioramenti si fanno attendere o se qualunque cosa (in ambito sportivo, familiare, sociale, affettivo, ecc.) non va per il verso giusto. Perciò ha bisogno di un allenatore altrettanto motivato, sempre capace di rafforzare la motivazione al successo. Il ruolo dell’allenatore è importante anche sotto questo profilo prettamente psicologico.
Chi è nato per vincere usufruisce di una motivazione in più: la vittoria come pane quotidiano. E si tratta della motivazione prima in assoluto.

 

 

Le cronache sportive parlano spesso di motivi psicologici,
risorse psicologiche, problemi psicologici e così via;
e allora non si capisce perché la parola «psicologia» debba essere mimetizzata
quando riferita al professionista di quei motivi, di quelle risorse, di quei problemi.
Lo psicologo si chiami psicologo per correttezza, per onestà, per adeguatezza ai tempi.

Cit. Ferruccio Antonelli, 1987

 

👉 FERRUCCIO ANTONELLI, medico, specialista neuropsichiatra, libero docente di psichiatria; fondatore e presidente dell'Associazione Italiana di Psicologia dello Sport (AIPS) e della Società Italiana di Medicina Psicosomatica (SIMP); fondatore e direttore delle riviste "Medicina psicosomatica" dal 1956, "International Journal of Sport Psychology", dal 1970: "Movimento" dal 1985; presidente onorario dell'International Society of Sport Psychology (ISSP); già docente di psicologia dello sport alla Scuola dello Sport, alla Scuola di specializzazione in Medicina dello Sport dell'Università di Roma. all'ISEF di Cassino; già docente di psicosomatica alla Scuola di Psichiatria dell'Università Cattolica di Roma; direttore del corso di formazione in psicologia dello sport dell'AIPS e del Corso di formazione in medicina psicosomatica e psicoterapia della SIMP; responsabile dei servizi di psicologia e neuropsichiatria dell'Istituto di Medicina dello Sport del CONI dal 1954. È autore (o "editor") di una ventina di libri e di oltre trecento pubblicazioni scientifiche apparse sulle principali riviste nazionali ed estere di psichiatria, medicina psicosomatica, psicoterapia, psicofarmacologia, psicologia (clinica, sportiva, sociale). È morto il 3 gennaio del 2000.

 

fonte: Editore Luigi Pozzi