Michele Dalai - La lentezza della luceSelezione a cura di M. Sassi - La lentezza della luce, di Dalai M., Mondadori (2017)

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Fui travolto da un'onda lunga di gioia assoluta, la sensazione di appartenere a una società e di essere benvoluto e amato per quella generosità feroce che mettevo in campo sperando che nessuno si accorgesse dei miei limiti. Se c'era da difendere, difendevo il doppio degli altri, se c'era da allenarsi, andava via per ultimo, e se c'era da incitare i compagni dalla panchina ero sempre il primo a saltare in piedi e urlare.
Anche gi zarri dell'oratorio decisero che ero uno giusto, quando giocavamo scendevano a vedere la partita e mi sostenevano a modo loro, quando litigavo con qualcuno si proponevano per fare giustizia sommaria e andavano disinnescati.
Non ero più Michele, ero diventato Mike e tale rimasi nell'anno della maturità, dei tre giorni, della prima vera e travolgente cotta della vita e di tante cose che stavano cambiando per sempre. Non mi piaceva essere chiamato Mike ma mi piaceva essere Mike, che era uno diverso, un vincente.
Finito il liceo smisi di frequentare Beddu, ci perdemmo con la facilità e l'entusiasmo con cui ci si perde a quell'età. Il mio entusiasmo da superficiale almeno, io che mi sentivo libero di allontanarmi da tutto e tutti senza troppe giustificazioni.
Continuai a giocare per qualche anno nella mia nuova squadra, poi mi feci male, la voglia passò e in qualche modo mi convinsi che non ne valeva più la pena.
Sbagliavo e me ne sono accorto anni dopo, quando in un momento terribile della mia vita mi sono ritrovato a pensare intensamente a quanto sarebbe stato bello poter giocare ancora, a considerarlo un obiettivo per cui sopravvivere, il rumore della palla sul parquet e l'idea di saltare, di staccare senza toccare terra.
Per anni mi sono chiesto se c'è stato un momento in cui le cose sono cambiate e la luce si è posata compassionevolmente sul campo, se esiste una ragione per cui ho amato e amo così tanto il basket e i suoi riti, se giocare in una squadra forte ha avuto un peso e un valore.


Poi ho trovato la rispsota e mi sono stupito di quanto fosse semplice e a portata di mano: con tutto l'amore che ho provato per la miaglia numero 12 e la sacca con il mio nome, nulla potrà mai eguagliare la meravigliosa stagione 1989/90, quella in cui ho imparato che perderle tutte è comunque un'impresa e che una squadra può nascere come i fiori nei luoghi più impensabili.
Potessi riunire ora tutti i ragazzi della Torpedo Vis Corsica e guardarli in faccia, li ringrazierei e direi loro che sono rogoglioso di aver vestito quei bruttissimi colori, di essermi svegliato all'alba per preparare il tè, di aver compilato le distinte e di aver prenotato il campo per gli allenamenti, tutte cose che normalmente fanno dirigenti e accompagnatori.
C'è un verso meraviglioso dell'Enrico V che dice:
We few, we happy few, we band of brothers
.
Abbiamo combattuto e perso insieme, sconfitta dopo sconfitta siamo diventati quel che siamo,
noi pochi, noi felicemente pochi, noi banda di fratelli.

 

Un uomo buono e gentile resta tale anche nella tempesta.

Cit. Michele Dalai, 2017

 

👉 MICHELE DALAI è nato a Milano nel 1973. Ha diretto la casa editrice Baldini & Castoldi. Giornalista e autore televisivo, conduce “Ettore”, programma di racconto, su Radio 2. Ha pubblicato i romanzi Le più strepitose cadute della mia vita (Mondadori, 2011) e Onora il babbuino (Feltrinelli, 2015), e il pamphlet di satira calcistica Contro il tiqui taca. Come ho imparato a detestare il Barcellona (Mondadori, 2013).

 

fonte: mondadori