Cresibilità

 

sogni sportivi cresibili

«Sportivi si nasce, cresibili si diventa.»
M. Sassi

 

Ogni persona ha il proprio sogno e desiderare, oltre ad essere un diritto, è persino un dovere, forse. Malgrado questo, c'è chi si arrende alla complessità di quello che vorrebbe, consapevole che per dargli corpo - al sogno - bisogna scoprirlo, accettarlo, e trasformare le parole nei fatti. Barcamenarsi, con tenacia, in tutti quei frangenti dove nascono le difficoltà vere, tra la fatica ed il sacrificio di attivare un processo naturale, ma costoso.
Costoso sul piano delle emozioni, dei comportamenti, delle convinzioni e, non per ultimo, dei rapporti umani.
E quando si tratta di sogni, si sa, le idee non sono mai banali, sono idee forti, coraggiose, di quelle capaci di mettere a punto una serie vistosa di azioni e di reazioni, associate, tutte, ad un sentimento profondo. Lo stesso che, in principio, scatena il sogno.
Si tratta di un processo circolare, e quando ci sei dentro, allora sai come riconoscerlo; perché, in fondo, ti fa paura e allo stesso tempo ti eccita, e l’energia che produce riesce a rialzarti ogni volta che cadi. È semplice e potente, capace di creare spazio al futuro, alle trasformazioni e alla speranza.
Oggi, l'idea della cresibilità® esiste. Abita i sogni degli sportivi appassionati. Muove le intenzioni di chi crede nello sport al cospetto del fattore umano. E prende corpo nella concretezza dei fatti, pur non essendo ancora codificata.
Il domani è pronto, il processo è circolare, e noi del CPS-P ci stiamo dentro, architettando il futuro di uno sport cresibile, passo dopo passo.

Per informazioni, è possibile inviare una domanda direttamente da qui (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Aspettiamo la tua email.

 

 

innovare Restituite ad Alex il suo sogno di marcia.
Molti dovrebbero chiedergli scusa. Qualcuno lo ha già fatto e altri lo faranno. Nessuno potrò mai restituirgli 5 anni di sogni infranti e di sottrazioni. Mascheriamo che qualcuno (direttamente il CIO? Il tribunale federale svizzero o la Corte Europea dei diritti dell’Uomo?) gli consenta di tornare ad essere un atleta.
La storia di Alex Schwazer è quella di un lungo romanzo a puntate con tanti colpi di scena e qualche colpo basso. Lui, un grande talento della marcia, vince l’oro olimpico della 50 km di Pechino 2008. Prima di Londra 2012 viene fermato per doping. Confessa di avere assunto epo perché non sopportava la pressione e l’attesa intorno a sé. Sconta la sua pena e prima di Rio 2016 decide di tornare con l’aiuto di Sandro Donati, il più estremo cultore e attivista della lotta al doping. Una favola di redenzione a cui il mondo dell’atletica non vuole credere. Anzi, il vecchio mondo dell’atleta lo rifiuta, lo osteggia. Gli altri campioni lo considerano una pecora nera e non lo rivogliono in gruppo. Non vogliono concedergli la seconda chance. Donati, non ha mai fatto sconti a nessuno, ha scoperchiato scandali internazionali e si è fatto molti nemici nelle istituzioni. Schwazer, confessando il suo doping, ha coinvolto medici e dirigenti che a suo avviso non potevano non sapere. L’impressione che si siamo fatti nel tempo è che il mondo dell’atletica non gli avesse perdonato il peccato originale, non credesse alla sua nuova scommessa, anzi, non lo accettasse proprio …

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Caro Mauro,

grazie per aver trattato di sport e per averlo fatto nell’intento di scuotere il sistema! A me è sembrato questo. Il lungo post che hai scritto sul tuo profilo Facebook mi ha fatto riflettere. Un po’ meno le accuse generiche riportate tra i commenti nella pagina che la Gazzetta dello Sport ti ha riservato. La tua disamina sugli elementi che compongono lo scenario sportivo presta il fianco naturalmente ad ulteriori ragionamenti. Oggi è piuttosto insolito separare l’ambito della diffusione della pratica sportiva da quello dell’educazione. Sono due azioni distinte. Complementari, ma distinte. Lo sport nel tempo ha visto evolvere il suo significato. Anch’io sono propensa a parlare di cultura sportiva o come preferisci di cultura del movimento; anche se da dieci anni a questa parte, quando desidero dare un senso alle trasformazioni future, mi trovo molto bene nel fare riferimento alla definizione europea di sport. Sarebbe auspicabile che un domani alcuni aspetti fondanti del settore venissero affinati in maniera meno auto-referenziale e più permeabile, proprio per far sì che se anche cadesse un meteorite non tutto andrebbe perso. Sto pensando alla formazione, alle professionalità, al capitale umano e ai sistemi lavorativi. Perché, ad oggi, questi ultimi sono un dato di fatto e forse bisognerebbe anche riflettere se chiamarli ancora volontariato.
Il tuo accenno alla creatività come elemento di salvezza mi dà da pensare. C’è sicuramente molto di vero nelle tue idee sulle strategie da assumere in situazioni di emergenza; solo mi pare errata la loro divulgazione in rapporto ad un evento temporalmente vicino. Grazie ad una serie di collaborazioni, nel 2013 sono riuscita a brevettare un paradigma, quello della cresibilità. Al suo interno mi occupo di sensibilità, creatività e qualità sportiva. Ci lavoro insistentemente perché sono dell’opinione che, facendo bene sul piano della qualità diventi più agevole la ricerca di soluzioni avanzate e più credibile l’utilizzo della creatività. Nel 2012 mi è piaciuto molto il tuo intervento a Stasera sono qui. In quell’occasione, ho avuto modo di ammirare la compiutezza e l’originalità della trama. Tra i contenuti accennavi alla richiesta di salute del nostro Paese proprio come ne stai parlando ora, in qualche modo a testimonianza del tuo essere stufo di partecipare a eventi di settore.
 Mi dispiace che tu sia stanco, Mauro, ma è proprio ora che bisogna prendersi cura delle persone appassionate di sport. I calcoli a cui ti riferisci, anche se non li vuoi fare più, ora bisognerebbe farli addirittura meglio, come bisognerebbe stendere delle meta-analisi ad hoc, e valutare in maniera strutturata gli interventi sul campo.

pocket S8* Autore: Margherita Sassi

* Produttore: Centro di Psicologia dello Sport, Pescara CPS-P

* Dimensioni: cm 10.5 x 7.5, n. 8 pagine, chiuso

* Carta semplice: un foglio A4, colore bianco

* Involucro: cartoncino di colore verde, blu o rosso, a seconda del contenuto, con molletta/graffetta

* Costo compreso nella quota di iscrizione all’aggiornamento

* Uso dichiarato: pocket informativo

* Funzionalità: questo strumento svolge due funzioni: una è quella di informare, l’altra di organizzare la cresibilità in tre sezioni: creatività, sensibilità e qualità

invece concita "Scrivo per condividere alcune riflessioni e perplessità che, come mamma di tre giovanissimi sportivi (agonisti), ho maturato in questi anni. Scrivo perché credo fortemente nel valore educativo e sociale dello sport, antidoto potentissimo contro tante malattie che minacciano i nostri ragazzi. Affinché questo sia garantito credo debba avvenire un passaggio culturale importante: dall'allenatore imperatore all'allenatore co-educatore. Oggi infatti quella dell'allenatore sportivo è forse l'unica autorità che, in Italia, non è ancora ‘ridimensionata’".
"
Assistendo a qualche partita dei miei figli, osservo sempre con sincera sofferenza quei 2-3 bambini/e o ragazzi/e che guardano i compagni giocare, magari sostenendoli con il loro tifo, ma sempre (più o meno evidentemente) imbarazzati e mortificati per la propria posizione. La mia domanda è: che valore ha questa esperienza? Io parlo di un'età cruciale, quella tra i 10 e 15 anni, in cui iniziano a comporsi i pezzi della propria identità personale e sociale: essere ‘messo da parte’ per due ore e 20-30 partite all'anno, è un'esperienza formativa ed edificante? Le federazioni sportive si pongono questo interrogativo? Le lacrime versate in campo fanno crescere. Quelle trattenute in panchina mortificano e basta".
"Poi c’è la conciliazione tra impegni sportivi e vita familiare, ovvero la prassi delle ‘convocazioni’: un termine che noi, genitori di sportivi, ormai temiamo come gli avvisi giudiziari. La convocazione avviene, di regola, un giorno prima, al massimo due. ‘È la norma’, dicono gli allenatori-imperatori, mentre i genitori-spettatori attendono la convocazione come una condanna, che manderà a monte programmi, progetti, speranze. Si costringe a scegliere, insomma, tra lo sport e tutto il resto: una scelta imposta a ragazze e ragazzi di 10 anni, che tante esperienze potrebbero e dovrebbero ancora vivere, nella fase di massima espansione e sensibilità della loro mente".
"È una richiesta che ritengo irresponsabile e perfino ottusa e pericolosa, perché solo una minima percentuale di quei ragazzi potrà avere un futuro nello sport: i più abbandoneranno, o meglio saranno abbandonati quando sarà evidente che non hanno talento a sufficienza. Allora dovranno riprendere in mano la propria vita, in cerca di un'altra passione, che più saranno grandi più sarà difficile trovare. Gli allenatori e le federazioni sportive dovrebbero rifletterci"
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fonte: http://bit.ly/Invece-Concita


Signora Chiara,

ho letto con entusiasmo le sue parole (pubblicate nella rubrica Invece Concita) e ho dato un'occhiata ai commenti. Non riuscendo a stare nei 900 caratteri previsti dal blog, mi permetto di partecipare alla discussione tramite questa pagina, sperando fortemente lei possa arrivare fin qui.
I
nnanzitutto la ringrazio per aver dato forma alle sue riflessioni, ha offerto la possibilità di leggere la sua percezione di un sistema, quello sportivo, capace di procedere a volte come se niente fosse e come se le opinioni di chi ne fa parte, come lei, fossero da circoscrivere a priori, quasi ad insistere sulla dicotomia artificiosa (in cui crediamo con ostinazione) tra “sportivi” e “non sportivi”.

stilisti per giocoLe cause del drop-out giovanile nei diversi sport e ai diversi livelli competitivi sono molteplici ed è difficile isolarle con precisione per valutarne la portata. Sul piano applicativo, per agevolare un'evoluzione continua ed un passaggio efficace dall'infanzia all'adolescenza è importante che le strategie d'intervento si rifacciano ad approcci integrati, funzionali ad un utilizzo sinergico delle informazioni circolanti. A riguardo, il Modello di prevenzione Allenamento Giovanile-Pensiero Creativo-Supporto Familiare [Sassi, 2019] è stato concepito per comprendere la complessità del fenomeno ed approfondire le possibilità di sviluppo del contesto sportivo. Esso prevede che la relazione tra le richieste in allenamento e in gara (carichi, ritmi, continuità, ecc.), la discrezionalità concessa ed il supporto familiare, possa determinare l'aderenza del giovane alla pratica e all'ambiente sportivo.
A titolo d'esempio, s'immagini un sistema di allenamento che comprenda ritmi elevati ed uno scarso interesse per il pensiero creativo, quindi una bassa autonomia da parte dell'agonista; in questi casi, molto spesso, si determina una situazione che può diventare l'antecedente di un'avversione alla pratica sportiva e quindi di un effettivo drop-out.
Per correggere l'attenzione eccessiva sul versante tecnico rispetto alle risorse personali, il modello di cui sopra, oltre ai due fattori già accennati, il sistema di allenamento ed il pensiero creativo, annette anche il supporto familiare. Questo terzo fattore, infatti, non solo rappresenta un sostegno strumentale in caso di crisi momentanea, ma può anche fungere da aiuto sul piano socio-educativo incoraggiando costantemente la condivisione dei principi fondanti lo sport in età evolutiva.
Tale orientamento risulta assai fruttuoso a livello empirico e si sta mettendo a punto uno specifico test che possa misurare l'attitudine del giovane all'attività sportiva.
Sul piano valutativo, va aggiunto che malgrado nel settore agonistico giovanile, ad oggi, le misure prevalenti siano quelli di tipo qualitativo (self report) è possibile combinarle con misure osservative e quantitative (indicatori psicofisiologici) ed integrarle con dati oggettivi come la percentuale di assenze agli allenamenti.