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il ruolo dello psicologo nelle ASD

In genere quando si parla di sport, ci si concentra sugli aspetti prestativi, sulla possibilità di raggiungere dei risultati e sulle posizioni in classifica di qualsiasi livello, dall’esito del torneo provinciale al numero di medaglie olimpiche per singola Nazione.
All’interno di questa divertente ossessione, le associazioni sportive sembrano giocare un ruolo evanescente, mentre sono la realtà più indicata a supportare l’innovazione. Sto parlando in termini di allenamento, di legami tra atleti e organizzazione sportiva e di consolidamento delle competenze trasversali internamente allo sviluppo dell’identità, della personalità, dell’intelligenza e, quindi, del talento personale. Talento, che è il caso di sottolineare costituisce uno degli elementi di spicco tra quelli che descrivono l’evoluzione di una qualsiasi carriera sportiva. Il paradosso è che sebbene l’ultimo rapporto dell’Ufficio europeo dell’OMS e dell’OCSE evidenzi che un adulto su tre si astiene dai 150 minuti settimanali di attività fisica moderata raccomandati, si continua a parlare di talento in termini di eccellenza. In effetti, le cose stanno diversamente: l’individuo, in particolare se bambino o adolescente, per esprimere il proprio talento necessita di una serie di possibilità tra cui esercitare la libertà di scegliere. E quello che osserviamo, il suo comportamento, la sua tenacia e la sua inclinazione naturale non sono altro che i componenti del processo di crescita personale a cui dovrebbe tendere ogni singola società sportiva.
Ma nell’ambito di una logica simile, forse, è il caso di ricordare che avviarsi a una disciplina con lo scopo di diventare un campione o una campionessa non è l’unica opzione di scelta. Di sicuro, la speranza di diventare un professionista è una leva potente nel sostenere un impegno costante e continuativo, ed è fondamentale tenerne conto quando si ragiona su temi cocenti come il drop-out giovanile. Ma se un criterio importante è la possibilità offerta ai giovani di arrivare in alto, il ruolo delle associazioni sportive dilettantistiche rischia, allo stesso tempo, di essere lungamente travisato.


Mi rifaccio quindi alle parole del presidente delle Attività Sportive Confederate, ASC, Luca Stevanato, per scongiurare la prospettiva e aprire a delle nuove possibilità. Durante un convegno di pochi giorni fa, è emerso che la promozione sportiva e il mercato del lavoro dei professionisti chiedono di agire in piena armonia e in modo coordinato. Professionalizzare gli operatori perché diventino soggetti affidabili per l’utenza è ormai un passaggio obbligato in vista del contributo da dare allo sviluppo dello sport.
Sono tematiche di cui ho scritto anni addietro a più riprese, ma ci torno volentieri per ribadire il ruolo dello psicologo e renderlo fattibile.
Un aspetto concettuale distintivo della psicologia dello sport, condiviso con la psicologia di comunità, prevede un orientamento verso la prevenzione piuttosto che la cura, un’enfasi sul rafforzamento delle competenze piuttosto che sulla rimozione dei deficit, e una maggiore attenzione sull’interazione tra persone e ambiente piuttosto che sul sostegno al singolo atleta. Tale approccio induce a focalizzarsi sulle determinanti ambientali del comportamento, aprendo, se consentito, la possibilità di interventi a livello organizzativo e di comunità.
Processi e trasformazioni sociali e sportive lasciano oggi intravedere la potenziale diffusione di una visione della realtà come un insieme di possibilità interdipendenti, uno spazio di confronto tra contesti sportivi e non, che partecipano attivamente allo scopo di affinare la crescita dell’atleta e la qualità di vita generale.
In questo senso, la diffusione dello psicologo nell’organizzazione sportiva deriverebbe soprattutto da un interesse pragmatico. Per un’associazione che opera sul territorio adottare delle modalità di sostegno agli atleti significa sviluppare connessioni importanti con altre società, altre discipline, scuole, enti e istituzioni che sono la parte più corposa del nostro tessuto sportivo. Quindi attivare processi di reciproca valorizzazione, identificando scambi proficui e innovativi. Approfittando dei numeri contenuti, le piccole medie associazioni possono approfondire un processo di affiancamento diversificato e puntuale e incrementare la dedizione e l’impegno verso il territorio di appartenenza. Si tratta semplicemente di implementare una visione alternativa di sviluppo che promuova le ASD come soggetti partecipi delle diverse offerte provenienti dal territorio e che consenta così di rendere le realtà locali un luogo di interesse in cui sia possibile scovare l’eccellenza, il talento,ma anche un alto livello di salute pubblica.
La prevenzione e il cambiamento sociale dovrebbero surclassare l’attenzione per il supporto da dare al singolo atleta, con i blasonati interventi di mental coaching. Operatori, professionisti e ricercatori dovrebbero condividere teorie e strategie di ordine sistemico a guida di un miglioramento della qualità della vita e della competenza della comunità sportiva. In questo contesto la psicologia eserciterebbe un ruolo specifico, aprendo a una collaborazione interdisciplinare. Il professionista che lavora nell’ambiente sportivo, in una prospettiva di comunità, potrebbe intervenire in diversi modi: impegnarsi nel funzionamento del lavoro di équipe; partecipare alla programmazione generale dei servizi da offrire agli atleti; promuovere e svolgere ricerche, con possibilità di intervento sulla popolazione o anche sui sistemi e sulle organizzazioni; socializzare conoscenze e abilità, anche tra non-professionisti; fornire un sostegno al funzionamento dei gruppi di lavoro promuovendone la competenza; progettare e realizzare interventi e strutture, al di là del servizio di consulenza e assistenza legato alla gara.
Per stabilire una propria unicità, è fondamentale che l’associazione sportiva si ridefinisca come luogo di sviluppo e che lo psicologo offra un preciso contributo, ancora troppo spesso sconfessato.
Lo sport è cosa serissima e va compresa un’azione sindacale moderna, che voglia avere un radicamento diffuso sui territori e sia in grado di intercettare le nuove professioni e modi nuovi di interpretare settori tradizionali. (…) La stessa lezione della pandemia ha rimesso potentemente al centro il tema della salute sia come singoli che come collettività. In questi anni ci siamo resi infatti conto che se la salute non è condizione sufficiente per una vita soddisfacente, ne è certamente una condizione necessaria.” (Cit. Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio). Ed è su questa emergenza che bisogna intervenire. In accordo, ciascuno secondo la propria riconosciuta professionalità.