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futsal femminile

 Tempo di lettura: 3 minuti

 

Claudia ha 26 anni, nella quotidianità lavora e gioca a futsal. Ha vissuto sei anni tra l’Abruzzo e le Marche, dove ha studiato ed è cresciuta come giocatrice. Mentre conseguiva la laurea in UX/UI Design, ha militato nella massima serie di calcio a 5 ed è stata convocata in Nazionale. Poi, appena terminati gli studi universitari, ha ricevuto una proposta di lavoro da un’azienda pugliese e si è trasferita nella regione natia per mettere in pratica le conoscenze accumulate. Dopo aver mosso i primi passi nel settore tipografico, ha deciso di optare per la libera professione e attualmente lavora come consulente grazie a un buon giro di clienti con i quali ha cominciato ad apprezzare i primi risultati professionali. Nel frattempo, sono due anni che gioca con il Sammichele in A2, cercando una continuità necessaria per raggiungere nuovi e consistenti obiettivi di risultato.
Personalmente, ho scoperto la sua professionalità per caso e non ho saputo resistere alla tentazione di chiederle di collaborare per scrivere un approfondimento su argomenti che solo una giovane atleta come lei poteva snocciolare con tanta naturalezza e autenticità. È stato entusiasmante affidarle la possibilità di raccontare cosa vuol dire studiare, lavorare e giocare a futsal in una regione come la Puglia alle prese con i sogni di una vita e la prospettiva di un futuro ancora tutto in divenire.
Siamo partite immaginando una dual career, di cui non sapeva neanche l’esistenza, e siamo arrivate ad accostare il futsal al basket con l’obiettivo di chiudere in bellezza. Ecco come abbiamo fatto.

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🧠 Da qualche anno, una parte del settore sportivo si adopera per contribuire al percorso professionale dell’atleta, sostenendo la possibilità di coniugare carriera sportiva, istruzione e lavoro. Al di là delle skill, di cui gli sportivi non possono fare a meno, sono diventati necessari dei programmi dual career che permettono un'interfaccia costante tra università o lavoro e attività agonistica.
Veniamo al tuo caso. Dopo una parentesi tra la massima serie e la Nazionale, da qualche anno giochi in A2 e sei riuscita a concludere gli studi mettendo già i primi passi come professionista nel tuo ambito lavorativo. Come avrebbe potuto supportarti un programma dual career negli anni in cui rappresentavi una giovane promessa? E come si articola oggi la tua quotidianità?

⚽️ Sono riuscita a coniugare l’attività sportiva con il percorso di studi, seguendo un mio metodo empirico, privo di sperimentazione, ma fondato sulla mia capacità di adattamento. Se ne avessi avuto uno a cui fare riferimento, come la dual career, avrei sicuramente evitato gli sprechi di tempo e sarei riuscita ad ottimizzare le due cose. Sono certa che un metodo a cui ispirarsi possa portare a risultati eccellenti in tempi sicuramente più precisi. Molte volte era difficile conciliare studio- allenamento e studio-lavoro (quando non avevo lezione, al mattino lavoravo). Riuscire a incastrare ogni cosa richiede grande impegno e grande sacrificio, sia da parte dell’atleta, sia da parte delle società. Allenamenti e partite devono essere svolti in momenti che permettano a tutte le giocatrici di poter essere presenti alle sedute e, a volte, gli orari sembrano essere quasi improponibili. Per fare un esempio, in serie A, dove i ritmi sono molto alti, svolgevo sette allenamenti a settimana, contando le doppie sedute. Per conciliare tutto, mi allenavo al mattino, dalle 12.15 alle 13.30, e alla sera, dalle 20.15 alle 21.30. Spesso, avevo lezione dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 19.30, quindi ero costretta a lasciare l’università in anticipo. La sera, finita la giornata di studio, correvo al campo. Per me, studentessa e giocatrice, riuscire a sedermi a tavola, a pranzare o cenare, rappresentava un’utopia. Di solito, i miei pranzi erano dei panini, presi al volo al supermercato, e le cene non avvenivano prima delle 23.
Mi rendo conto che un’organizzazione simile mi ha impedito di seguire una sana e corretta alimentazione, di cui naturalmente avrei giovato in termini prestativi. Comunque non è questo l’unico punto dolente, l’altro è la vita sociale. Ritagliarsi dei momenti per sé, per le proprie passioni o per stare con gli amici era anche questa un’utopia. Il mio giorno “libero” era il sabato e, se volevo fare qualcosa, avevo a disposizione quelle 24h!
Oggi, che da studente-atleta sono diventata lavoratrice-atleta, la musica non è cambiata più di tanto. Gli allenamenti sono alle 21 per poter permettere a tutte di partecipare, la differenza fondamentale è il modo e la tranquillità con cui affronto tutto ciò. Però, si sa, per perseguire un sogno bisogna fare dei sacrifici.

🧠 Lo sport stimola la capacità di adattarsi ad ambienti anche tanto diversi tra di loro. La competenza che si acquisisce a livello relazionale, soprattutto quando si gioca in una squadra, è quella di sapersi rapportare allo stesso tempo con persone più giovani e più adulte.
Cosa pensi della difficoltà che può vivere una ragazzina di 14-15 anni nell’integrarsi in una squadra di giocatrici adulte? Quali consigli le daresti per sostenerla?

⚽️ Per una ragazza di 14/15 anni che pratica questo sport, una difficoltà è sicuramente il fatto di dover mettere il proprio talento e le proprie capacità al servizio del gruppo. Lo scopo di questo gioco è il consolidamento della squadra a discapito della voglia innata di una ragazzina adolescente di mettersi in evidenza. Allenare la propensione a rapportarsi con gli altri è un atteggiamento che si impara con il tempo e con la frequentazione costante del gruppo, pertanto nel futsal si deve sempre contemplare parallelamente l'allenamento fisico e l'adattamento continuo alle persone che lo compongono. Un allenamento - ci tengo a precisare - fatto all’insegna dell’intensità e della costanza.
Quando si è in gruppo, si impara ad abbozzare mentre ci si vorrebbe imporre, perché l’importante è trovare una finalità comune. Sicuramente, il consiglio che darei a una giocatrice giovane è di frequentare fin da subito gruppi di ogni tipo (di studio, scoutistici, centri sociali in base agli interessi) come trampolino di lancio al gioco di squadra. È solo così che cominci ad avere attitudine verso ogni tipo di persona, di età, di sesso e di estrazione sociale.

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