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Sport e Costituzione: verso nuovi modelli organizzativi

«La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme».
Lo scorso 21 aprile è iniziato l’esame della proposta di legge che va a modificare l’Articolo 33 della Costituzione aggiungendo il comma sopradetto. Il lavoro sarà di appannaggio della Commissione Affari Costituzionali della Camera.
Ora, se la volontà è quella di affidare esplicitamente alla Repubblica il compito di promuovere e diffondere lo sport come essenziale strumento formativo e di crescita individuale (almeno così recita il testo riportato sul sito ufficiale del Dipartimento per lo sport), credo che l’età evolutiva diventerà presto oggetto prioritario di intervento.
A questo punto dei lavori parlamentari, mi piace pensare che l’approvazione della legge sia un traguardo del tutto raggiungibile, come hanno già dimostrato alcuni degli altri Stati membri dell’Unione Europea, utilizzando diverse forme (Bulgaria, Croazia, Grecia, Lituania, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Ungheria). Istituire un riconoscimento palese credo che comporti, però, anche una ridefinizione degli obiettivi ad esso correlati, pena la mancanza di risultati all’altezza di una svolta obiettivamente epocale.
Individuare l’attività sportiva, comprendendone ogni forma e valorizzandone la funzione educativa, culturale e civile, significa infatti farsi carico dello sviluppo delle nuove generazioni, anche e soprattutto in considerazione dello stato di salute e di benessere psicofisico e socio-relazionale di ogni singolo individuo.
Impossibile quindi, se i termini sono questi, bypassare la scarsa disponibilità di strumenti psicopedagogici e di metodi relazionali necessari per intervenire in maniera efficace sul piano educativo e dell’apprendimento, nell’ambito dell’avviamento e dell’orientamento allo sport prima ancora che dell’allenamento. Nell'affrontare un simile problema, la possibilità di progredire in termini costituzionali potrà favorire il superamento - a mio avviso auspicabile - della divisione artificiosa tra discipline sportive e l'approfondimento di un’educazione sportiva inalienabile da riservare all’infanzia, alla pubertà e all’avvio dell’adolescenza.


Siamo vicini a stabilire che lo sport non è tanto il luogo dei talenti da mostrare, quanto un contesto in cui performare è la conseguenza piuttosto che la causa di una scelta autonoma e consapevole.
Puntare sullo spirito di iniziativa e la capacità di risolvere i problemi, tramite il pensiero creativo e l’intelligenza interpersonale, significa concretamente anteporre la formazione integrale dell’individuo alla preoccupazione (tutta adulta!) di sostenere il comportamento competitivo giovanile in età precoce.
Gli atleti, soprattutto nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, hanno bisogno di essere accuditi, ascoltati e guidati all’interno della complessità dei contesti sociali in cui sono immersi. E per stare al passo con un sistema fagocitante, come può diventare quello dell’agonismo sportivo per un adolescente, occorre che l’avanzamento della proposta di legge in questione definisca in contemporanea un rafforzamento delle competenze di chi lavora con i settori giovanili. Non solo per rimanere fedeli al comma proposto rispetto all’Articolo 33 della Costituzione, ma anche per favorire una collaborazione multiprofessionale che possa delineare nuovi e reali modelli organizzativi.