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giovani atleti

Lo psicologo statunitense Jerome Bruner (New York, 1915-2016) sosteneva che «non possiamo considerare l’evoluzione individuale indipendentemente da un progetto culturale» e che bisogna metterla «in relazione alle varie tecniche educative predisposte all’interno di ogni cultura» (1964).
Se dovessi dare un riferimento in letteratura per decifrare l’evoluzione di un personaggio come Vittoria Albeggia, questo sarebbe sicuramente uno tra i più indicati.
La regola del libero - il romanzo di cui sono autrice, uscito questo mese, edito da Scatole Parlanti - non è solo la storia di una giovane pallavolista - Vittoria -, ma anche un emblema di cresibilità®, il modello a cui lavoro dal 2013 con lo scopo di integrare tre elementi fondanti. La creatività, in quanto capacità cognitiva, la sensibilità, intesa in chiave fisiologica e la qualità, come processo grazie al quale apprendiamo dall’esperienza, caratterizzando in maniera astratta le nostre sensazioni.

Vittoria vive da libero ogni circostanza e segue una regola che ha definito negli anni, attraverso un’esperienza fatta di persone, errori ed emozioni. Di mezzo ci sono una spiccata capacità di auto-organizzazione e una forte spinta alla fiducia e all’inclusione, i tratti distintivi dell’intera vicenda con gli svariati personaggi annessi.
La disponibilità ad apprendere come gestire un nuovo contesto, non più prettamente sportivo, è il segreto della trasformazione di una giovane atleta, entrata in crisi per la difficoltà di voler misurare un impegno mal riposto. Il suo.

Nei giorni scorsi, mi hanno chiesto se c’è un passaggio della storia che preferisco. A dirla tutta, ce ne sono diversi, ma un momento clou è sicuramente quando Vittoria confessa cosa vorrebbe che diventasse la Casa della Marina, l’ostello per giovani atleti in cui è coinvolta. Le piacerebbe che si definisse come «un incubatore di idee, dove poter sognare fin dove possibile, un mix di amore e gentilezza, dove la cura delle persone che credono nello sport sia estranea alla convenienza». I desideri non mi lasciano mai indifferente, figurati in questo caso.

Nel tentativo di non spoilerare alcunché, posso solo anticipare che l’onestà e la concretezza della visione di Vittoria completano un progetto bello e ben fatto che sa al contempo di presente, passato e futuro. Per uscire dal magma dell’autoreferenzialità e ovviare all’ossessione del risultato, vorrei tanto che l’esempio di una giovane Vittoria desse una chance in più al mondo dello sport. Se tornando alle parole di Bruner non possiamo considerare l’evoluzione individuale indipendentemente da un progetto culturale, allora poco importa che si tratti di fantasia. Una regola potrebbe essere l’occasione giusta per riflettere sulla cultura sportiva del nostro Paese e la prefazione di Flavio Tranquillo l’imbeccata migliore per partire.