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Maya Gabeira

Complici gli Europei, il mese di giugno ha dato allo sport la sferzata attesa da tempo e così le idee da cui prendere spunto si sono rincorse dando la precedenza, prima, alle somiglianze tra la Virtus Bologna e l’AN Brescia e, poi, a Christian Eriksen e alla procedura italiana per l’idoneità sportiva.
Per una serie di contingenze, sono arrivata a fine mese, con la mente concentrata sul secondo romanzo della trilogia alla quale lavoro da dieci anni.
Pare che il manoscritto sia pronto. Ora sono alla ricerca di un editore, ma questa è un’altra storia, che mi auguro abbia un lieto fine.
Per cui, tornando agli spunti da trovare, mentre scrivevo, nel corso delle settimane, mi sono accorta che lo sport sta riprendendo i suoi ritmi abituali grazie alla vita di tutti giorni che riconquista mano mano tempi e spazi sottratti per un bel po’.
E quando sabato scorso mi sono ritrovata a cena fuori, seduta di fronte mio cugino arrivato da Udine - che non rivedevo da un secolo - è stato un sollievo rispondere alla domanda di rito: “Tu che lavoro fai?”.
La mia risposta è sempre la solita da più di vent'anni: “Lavoro nell’ambiente sportivo”. Dico precisamente così perché sono abituata a mettere davanti il contesto, che ritengo sia quello che conti al di sopra di ogni contributo personale. Mi piace presentarlo, raccontarlo e, ad oggi, prevederne una ripresa che sta per rompere un argine ancora difficile da interpretare.


Così, l'altra sera, tra gli antipasti e i secondi, che arrivavano cadenzati dalle difficoltà con cui la Nazionale italiana consumava una partita senza diritto di replica, sono entrata nei dettagli del mio libro, che parla di una giovane pallavolista, del desiderio di nuovi traguardi, di mancanza di esperienza e di voglia di fare, senza la preparazione necessaria e la consapevolezza del domani. Vittoria Albeggia, la protagonista della trilogia, incarna il valore della fiducia e la potenza delle idee. E, a onor del vero, per me è stato rassicurante vederla crescere in un momento di attesa così sacrificato e faticoso per il settore sportivo.
Oggi siamo in una fase di cambiamento decisiva. Come sistema, occorre che ripensiamo il modo in cui gestire e preparare le sfide, avvalendoci dell’esperienza recente e ampliando la prospettiva di ragionamento. Bisogna migliorare il servizio e la produttività, valorizzando il piano sulle politiche sportive compreso nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che prevede un miliardo di investimenti. Da un lato ci attende la prospettiva di potenziare le infrastrutture sportive nelle scuole (300 milioni) e dall’altro quella di creare impianti e parchi attrezzati (700 milioni); ma farsi carico del fabbisogno della persona, e quindi conciliare il bisogno di welfare con l’incremento delle offerte vuol dire, soprattutto, puntare sulla qualità dei servizi.
Maya Gabeira, surfista brasiliana, unica al mondo per le sue imprese recenti - per esempio aver gestito un’onda di oltre 22 m - e capace di una straordinaria resilienza, ritiene che uno dei grandi pericoli nel surf sono le lunghe attese, che possono innervosire (Sport/Style, Maya Gabeira, Sportweek, n. 26, 26 giugno 2021).
Credo che la sua osservazione cada a pennello, mentre riflettiamo sul fatto che affrontare l’attuale situazione voglia dire stabilire un meccanismo di fiducia superiore ai risultati inebrianti della squadra di turno. Competenza e affidabilità sono i fattori chiave da verificare, perché la vicinanza, la trasparenza e il coinvolgimento non restino le componenti uniche di un contesto, quello sportivo, la cui piena dignità non deriva da un investimento - come annunciato lo scorso aprile dal Presidente del Consiglio Mario Draghi - ma dal suo proficuo utilizzo.
Tutto quello che ci resta da fare è avere la reazione migliore a quanto è già stato stanziato, come fossimo dei big wave surfer davanti la natura.