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innovare Restituite ad Alex il suo sogno di marcia.
Molti dovrebbero chiedergli scusa. Qualcuno lo ha già fatto e altri lo faranno. Nessuno potrò mai restituirgli 5 anni di sogni infranti e di sottrazioni. Mascheriamo che qualcuno (direttamente il CIO? Il tribunale federale svizzero o la Corte Europea dei diritti dell’Uomo?) gli consenta di tornare ad essere un atleta.
La storia di Alex Schwazer è quella di un lungo romanzo a puntate con tanti colpi di scena e qualche colpo basso. Lui, un grande talento della marcia, vince l’oro olimpico della 50 km di Pechino 2008. Prima di Londra 2012 viene fermato per doping. Confessa di avere assunto epo perché non sopportava la pressione e l’attesa intorno a sé. Sconta la sua pena e prima di Rio 2016 decide di tornare con l’aiuto di Sandro Donati, il più estremo cultore e attivista della lotta al doping. Una favola di redenzione a cui il mondo dell’atletica non vuole credere. Anzi, il vecchio mondo dell’atleta lo rifiuta, lo osteggia. Gli altri campioni lo considerano una pecora nera e non lo rivogliono in gruppo. Non vogliono concedergli la seconda chance. Donati, non ha mai fatto sconti a nessuno, ha scoperchiato scandali internazionali e si è fatto molti nemici nelle istituzioni. Schwazer, confessando il suo doping, ha coinvolto medici e dirigenti che a suo avviso non potevano non sapere. L’impressione che si siamo fatti nel tempo è che il mondo dell’atletica non gli avesse perdonato il peccato originale, non credesse alla sua nuova scommessa, anzi, non lo accettasse proprio …


Finisce che Schwazer viene controllato il primo gennaio 2016, in primavera torna a marciare più veloce di tutti al mondo, ma a giugno viene annunciata (con grave ritardo) la sua positività (anabolizzanti) a quel controllo d’inizio anno. Giusto in tempo per squalificarlo prima dei Giochi di Rio. Alla vigilia della 20 Km olimpica il Gas (in appello) lo sospende per 8 anni. Schwazer e Donati si sentono vittime di un complotto. Lottano con tutte le forze, bussano alla porta di tutti i ricorsi possibili. Ora, dopo quasi 5 anni un giudice coraggioso dà loro ragione. Il Gip di Bolzano ha deciso che Alex non può essere processato per doping perché non si è dopato. Il giudice Pelino fa di più: accusa la Wada (Associazione mondiale antidoping) e la Federatletica internazionale di falso processuale e ideologico e ritiene “con alto grado di credibilità” che le provette di quel controllo di Schwazer del primo gennaio 2016 siano state manipolate. Una piena assoluzione che punta il dito contro le istituzioni. Ma viene dal mondo della giustizia ordinaria. Per quella sportiva Alex resta condannato a una squalifica che scadrà nel 2024.
Vinta questa prima grande battaglia, felice che la giustizia abbia finalmente tolto il coperchio a quel pentolone di reticenze e incongruenze, Alex a 36 anni ha ripreso a coltivare il suo sogno. Non ha mai smesso di allenarsi e ha continuato a sentirsi un atleta. L’obiettivo è Tokyo e ci sarebbero i tempi per un suo clamoroso ritorno. Ma deve essere riaperto il suo processo sportivo. La Federatletica italiana del nuovo presidente Stefano Mei e il Coni di Giovanni Malagó (uno dei pochi che è sempre rimasto vicino ad Alex) hanno avuto da Bolzano un grande assist. L’opinione pubblica e finalmente anche parte dell’atletica ufficiale hanno cambiato completamente idea. Ora la rivoluzione copernicana dovrebbe restituire ad Alex Schwazer e a Sandro Donati almeno il loro sogno fatto di passi, uno dopo l’altro, che portano fino a Tokyo.

 

fonte: Editoriale di Pier Bergonzi, Chilometro Zero, Sportweek #09


Caro Direttore,

nel suo editoriale di sabato scorso raccontava di Schwazer e auspicava una rivoluzione copernicana in grado di restituire ad Alex l’opportunità di approdare a Tokyo. Ho provato a mettere insieme gli elementi che mi sono rimasti più impressi. Il vecchio mondo dell’atletica, un giudice coraggioso, la giustizia ordinaria vs quella sportiva e il pentolone di reticenze e incongruenze, che una volta scoperto ha decretato la vittoria di una prima grande battaglia.
Io vorrei raccontarle cosa significa lavorare nel mondo dello sport rispettando appieno i canoni della propria professione.
Il ruolo di uno psicoterapeuta, specialista in psicologia dello sport è estremamente necessario in un settore in cui storie come quella di Alex sono la regola.
Le Federazioni Sportive Nazionali, ma anche gli Enti di Promozione Sportiva e le Associazioni Sportive Associate si adoperano per fare formazione, istituire albi di vario genere, promuovere bandi in favore di un futuro inserimento nel sistema. Ma i risultati sono scadenti in termini di cambiamento e il fatto che ci sia un interesse limitato a monitorarlo, il cambiamento, ne è la conferma indiretta.
La soluzione, dopo quasi 25 anni che lavoro nello sport, è tutto sommato semplice, ma temo poco conveniente: puntare alla tutela della salute in quanto scopo comune.

L’obiettivo collettivo dovrebbe essere quello di operare al fianco dei medici e quindi dei dirigenti, mettendo in gioco una professionalità nuova e misconosciuta. Innovare e progredire per salvaguardare il benessere dell’atleta, considerandone soprattutto il sistema di appartenenza, dovrebbe essere un valore condiviso e andrebbe sorretto da linee di condotta reali.

Opero in Abruzzo, dove ho un Centro di Psicologia dello Sport e collaboro da vent’anni con la Medicina dello Sport. Da un paio di mesi, siamo riusciti a migliorare la Legge Regionale che regolamenta quest’ultimo settore; tra le varie modifiche è stata inserita la figura dello psicoterapeuta con comprovata esperienza in psicologia dello sport nei Centri di Medicina dello Sport di 3° livello.
Sono psicoterapeuta e psicologa dello sport io stessa, abruzzese, di Pescara.
Vede, Direttore, Lei ha scritto che Schwazer non sopportava la pressione e l’attesa intorno a sé, poi ha scelto di assumere epo.
In effetti, il lavoro va fatto, prima ancora che nelle aule di tribunale, all’interno dell’organizzazione sportiva, mirando all’educazione alla salute e quindi alla competenza piuttosto che alla preparazione mentale e ai mental coach. È la vera rivoluzione copernicana di cui Lei parla; gli atleti meritano di crescere attraverso l’esperienza, in un sistema interconnesso, meno autoreferenziale, con più idee da realizzare e meno posizioni apicali.
Tutto qui, Direttore, il nostro è un lavoro stupendo e gli spazi d’intervento da rivolgere alla nostra professione sono ancora soggetti alle reticenze e alle incongruenze che ha accennato. Forse è tempo che il Gip di Bolzano faccia scuola.

Le auguro un buon lavoro e la ringrazio per aver sollevato una questione così emblematica.
Margherita