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È circa un mese che sono nel dubbio, se scrivere due righe sulla questione controversa delle palestre scolastiche o lasciar perdere. Mi sono anche detta: aspetta che i ragazzi tornino a scuola, vedi come vanno le cose e poi dici la tua. Ma evidentemente non ha funzionato.
A Pescara le scuole si sono riaperte ieri e, al di là di ogni possibile anticipazione, non c’è stato il tempo tecnico per capire il destino delle palestre.
Questa volta mi esprimo perché sento il dovere di contribuire alla circolazione di informazioni concrete, pensate per contribuire a risolvere un vecchio problema. Non mi interessa screditare altre posizioni, vorrei solo contribuire a renderci consapevoli della complessità della questione, della valenza dell’educazione sportiva a scuola e del ruolo che ricoprono i settori giovanili delle società sportive dilettantistiche.
Di frequente, il profilo di chi lavora a vario titolo nello sport in Italia se lo si guarda da più angolazioni non risulta ancora del tutto chiaro. E questa condizione è correlata alla scarsa cultura sportiva del nostro Paese. Mi raccomando ho scritto correlata, non causata. Perché difficilmente si può stabilire che ci sia un nesso causa-effetto tra una questione e l’altra, ma proviamo a soprassedere su questo dettaglio, non di poco conto.
Nell'ultimo mese ho letto New Power, un libro decisamente ben fatto, uscito lo scorso agosto, scritto da Jeremy Heimans e Henry Timms, edito Einaudi. Un passaggio che ho mandato in memoria dice così: se vogliamo ricostruire la fiducia pubblica nelle istituzioni, dobbiamo lasciare che le persone ci mettano le mani.

Ora qualcuno potrebbe dire la faccia piuttosto che le mani, ma ci perderemmo in un dilemma made in Italy, dettato da uno dei nostri ultimi martellanti intercalari. E, comunque, al momento non credo sia prioritario aggiustare il tiro del sistema sportivo dilettantistico.
Quello che invece riscoprirei è il ruolo dell’educazione fisica e sportiva nelle scuole. E per assurdo lo farei proprio rinunciando temporaneamente a uno spazio prezioso come le palestre - là dove presenti - e riqualificando al contempo i campi sportivi all’aperto, i parchi pubblici raggiungibili dai plessi scolastici e gli spazi naturali come l’arenile.
Ricordo molto bene quando il campo sportivo abruzzese di Penne è stato utilizzato per tamponare l’emergenza terremoto, nel gennaio 2017. Gli impianti sportivi sono spaziosi, funzionali. Nelle circostanze più assurde creano un senso di comunità eccezionale. Ma c’è di più. Se andiamo a ritroso, negli anni ’70, in mancanza della palestra, quando il meteo non permetteva di stare all'aperto, c’erano professori di educazione fisica che a spese loro portavano la classe al bowling per giocare a ping pong.
E allora bisogna accettare che nella realtà delle cose occorre collaborare, adattarsi, definire il problema e far parte della soluzione.
A scuola, misurarsi con la quotidianità potrebbe volere dire rivendicare il diritto di occupare uno spazio all’aperto funzionante ed assolvere al dovere di concedere senza subire, accettare discorsi non pienamente condivisibili e mettere l’impegno davanti a ogni ostacolo. Uno dei compiti fondamentali di una comunità sociale e civile è quello di progettare forme significative di educazione motoria per i giovani.
A mio avviso, discutere di palestre scolastiche e di sport giovanile è appannaggio esclusivo di chi dimostra la capacità di investire sui processi prima che sui risultati. Purtroppo, fin quando in Italia lo stato di salute dello sport si misurerà dal numero raggiunto delle medaglie e non dalla qualità dell’ampiezza della base del sistema, difficilmente si riuscirà a esprimere un pensiero creativo in sostituzione di un ragionamento dicotomico, tanto comune quanto inutile.
Ieri sera alle dieci, tornando a casa, c’era un gruppetto di ragazzi che giocava nel cortile di una scuola quasi al buio. Siamo nel 2020, faticosamente incastrati in una fase di emergenza, i ragazzi sono quello che noi adulti consentiamo di essere loro e lo sport giovanile non finirà. Ma per un semplicissimo motivo: perché i giovani avranno sempre voglia di giocare. E noi questa cosa ce la dimentichiamo troppo spesso.