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Lo ammetto, nei giorni scorsi con l’avanzare della pandemia avevo pensato di rinviare la cura di questa rubrica a data da destinarsi. Non intendevo scrivere qualcosa che risentisse delle contingenze e consideravo inopportuno evadere, parlando di argomenti estranei al presente. Eppure questa mattina mi sono svegliata e ho pensato che no, non l’avrei fatto, non avrei rimandato l’appuntamento, né con me stessa né con chi magari si aspetta che un punto di vista venga a galla anche adesso. Ed eccomi qui, infatti, alle prese con la tastiera e la volontà di confezionare un pensiero che rispecchi questo momento, in cui anche lo sport sta scrivendo la sua parte, a cavallo tra umorismo, approssimazione e leggerezza.
Provo a raccontare le prime idee che mi sono venute e su cui avrei potuto lavorare.
Primo. Raccontare come sto organizzando le mie giornate al netto degli appuntamenti lavorativi che, a questo punto della stagione, avrebbero raggiunto il picco massimo per quantità e impegno necessario. Troppo personale, potrebbe fregare meno di niente a nessuno. Scartata.
Secondo. Esprimere la mia opinione sulla funzionalità di uno stop forzato e sull’attitudine a esplicitare soluzioni preconfezionate là dove non è detto si riesca a definire il problema. Troppo complesso. Distante dall’emergenza che stiamo affrontando. Scartata.
Terzo. Spoilerare l'avanzamento del romanzo che sto scrivendo e accennare a come se la passa Vittoria Albeggia
tra errori, sfide e progetti imprevedibili. Troppo rischioso, meglio custodire i punti salienti della storia. Scartata anche questa.
E allora? E allora, boh! Avevo persino ipotizzato di fare un sondaggio per decidere assieme, ma siamo tutti così assorbiti dal presente che nessuno starebbe dietro a una questione come questa.
Quindi, mi limito a pochissime righe su come potremmo imparare a pensare nella situazione stringente in cui siamo. Lo scopo potrebbe essere quello di apprendere da un time out, che in effetti è un time in una nuova capacità di giudizio, quel senso critico di cui abbiamo così tanto bisogno.

Riporto le parole estratte da un saggio, tramite un fedele copia-incolla. Provengono dal testo originale di John Dewey (How We Think, 1933) e potrebbero richiedere un approccio alla lettura più accorto del solito, ma varrà la pena considerarle anche solo per la curiosità di intenderne l’appropriatezza.
“Chi non è capace di valutare con discernimento gli elementi rilevanti per l’interpretazione di una data perplessità o di un risultato incerto, non ricava molto vantaggio dall’arduo edificio dottrinale che ha eretto sulla base di una grande quantità di concetti. Giacché istruzione non è sinonimo di sapere; l’informazione non garantisce il retto giudizio. La memoria può fornire un frigorifero in cui accumulare un capitale di significati per l’uso futuro, ma è soltanto il giudizio a selezionare e adottare ciò che deve essere usato nei momenti di emergenza e senza un’emergenza (una crisi, piccola o grande) non vi è posto per il giudizio. […] Il solo modo di acquisire attenzione, profondità e continuità sta nell’esercitare questi tratti fin dall’inizio e nel badare a che il loro esercizio sia richiesto dalle condizioni della situazione.” (J. Dewey, Come pensiamo, 2019).