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Allo scoccare delle 12:30 anche oggi il telefono dello studio ha squillato. Ho scoperto, mio malgrado, che è l’orario prescelto delle compagnie telefoniche o chi per loro. Se sto facendo neanche mi alzo. Oggi ero lì che passavo di fianco al telefono e istintivamente ho risposto.
Senza volerlo, mi sono ritrovata in piedi vicino alla finestra che parlavo con un giovane psicologo, iscritto all’Albo da pochi mesi, desideroso di sapere del servizio di formazione individuale descritto sul nostro sito. Ci siamo detti un po’ di cose per una decina di minuti, alla fine mi ha ringraziato e si è congedato con una richiesta affatto insolita, ovvero come avrebbe potuto fare per scegliere un buon corso di psicologia dello sport.
Ho risposto prospettando la presenza di un’offerta estesa e diversificata sul territorio nazionale, impossibile purtroppo sia da monitorare che da valutare, in quanto mancano dei parametri per stabilire la qualità di quello che c’è. Oltre il fatto che non esiste neanche un albo ufficiale di consultazione. Vale a dire che non vige alcun obbligo di adeguarsi a disposizioni particolari per elaborare un programma. Ognuno è libero di proporre quello che vuole.
La telefonata si è conclusa a stretto giro, entrambi sembravamo tutto sommato soddisfatti, lui di aver raccolto le informazioni che cercava, io di aver occupato la linea telefonica alla compagnia di turno. Magari avrei potuto dare un suggerimento preciso, ma visto che a pagare non sono io, non me la sono sentita. In effetti, queste situazioni sono sempre un po’ delicate. La difficoltà sta nel fatto che in ambito sportivo l’intervento di uno psicologo costringe a una professionalità approfondita e multidisciplinare ed è molto improbabile che un corso - o master che dir si voglia - sia strutturato sulla corposità della disciplina. Spesso, infatti, si fa riferimento con maggiore efficacia ad un unico piano di applicazione, ad esempio quello della preparazione mentale.

Comunque le telefonate di questo genere sono stimolanti, di solito. Non mi sono sottratta ad alcun suggerimento, anzi, ho sottolineato che un corso è una proposta formativa e tale resta, e che il lavoro è una fase di crescita separata, da affrontare con attenzione e coraggio. E poi, rispondendo a quel giovane dottore, ho anticipato che quando arriverà al punto nevralgico della sua esperienza, dovrà anche imparare a riconoscere gli strumenti di auto-formazione necessari. Se il collega abbia preso appunti non lo so, ma se fosse avvezzo a farlo, ci sarà un foglietto in giro con una succinta check-list delle qualità di un probabile corso di psicologia dello sport. Trovereste scritto: longevità, caratterizzazione, corrispondenza tra bagaglio personale pregresso e ambito di intervento proposto, destinatari previsti al passo con le proprie skill e qualifiche. Infine, preparazione ed esperienza dei docenti. Nel dubbio, si può fare una telefonata.
Il segreto resta quello di progettare il proprio futuro in maniera autonoma e se una proposta è quella che serve, si scarica il modulo e ci si iscrive.