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La specializzazione precoce si conferma un tema sportivo di cocente attualità che emerge tra le pieghe del discorrere quotidiano così come dalla ricerca scientifica. Soffermarmi un attimo sull'argomento e tracciare un punto di vista non è una brutta idea, soprattutto considerando il tema trattato lo scorso mese.
Se pensiamo alla produzione di talenti, credo sia opportuno mettere in luce come cambi radicalmente l’atteggiamento nei confronti dello sport quando parliamo di un atleta-top o di colui che chiamerò un atleta-base.
Una prima spiegazione potrebbe essere che nell’atleta-base il rinforzo non si lega in maniera indissolubile agli esiti conseguiti; rischio che invece, spesso, si profila per l'atleta-top.
Ma c'è un’altra differenza, più articolata e meno evidente. L'atleta-base per determinati periodi - un mese, un anno o anche due - si dedica a perfezionare una gestualità, sperimentando uno sviluppo graduale della percezione e delle funzioni esecutive corrispondenti. È il meccanismo per il quale, con ogni probabilità, ciascuna delle parti affinate diventa essa stessa un rinforzo per il suo naturale rapporto con la gestualità completa. Tutto molto funzionale, direi.
Dall'altra parte si stagliano i processi che caratterizzano l’atleta-top a riguardo dei quali le domande principali che mi vengono sono due.
Primo: quali sono i criteri di funzionamento utilizzati?
Secondo: come vengono calcolati i tempi di sviluppo cerebrale del giovane a fronte della precocità con cui esprime le sue doti indiscusse?

A volte sento dire ancora: a tutto c'è un limite. Eppure, forse, è solo un ricordo del cortometraggio della Warner Bros. Da vedere o rivedere a seconda delle generazioni - il titolo originale è Pappy’s Puppy.

 

Fonte dell'immagine: National Institute of Mental Health; Paul Thompson, Phd., UCLA Laboratory of Neuroimaging