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La motivazione allo sport è alla base del comportamento di un atleta e come tale rappresenta un argomento di eterna attualità, che prende le mosse da un paio di precisazioni inevitabili.
Primo: essa rappresenta un’interazione dinamica tra stimoli diversi derivanti sia da bisogni personali che da sollecitazioni esterne.
Secondo: lo sport dovrebbe essere un’attività a cui accedere per libera scelta, essendo espressione di un comportamento improntato sull’autodeterminazione, entro cui comprendere - oltre l’atto volitivo - scelta, decisione e attuazione.
Fin qui tutto semplice.
La questione si articola quando subentrano degli stereotipi (“È un atleta di carattere”, “Dobbiamo essere cattivi”, “Mi prendo tutte le mie colpe”) o delle emozioni troppo intense per essere gestite.
Il bisogno di movimento e affermazione resta il basamento di una qualunque crescita sportiva che in origine prende le mosse dal gioco e dalla competizione, le sorgenti a cui attinge l’atleta per alimentare il proprio comportamento. Eventuali problemi motivazionali vengono quindi affrontati in forza degli obiettivi definiti e delle caratteristiche che un allenatore dovrebbe avere per gestirli assieme.
Detto questo, provo a stringere il focus su alcune indicazioni concrete.
In letteratura risulta che un elevato livello di motivazione sia tipico degli atleti che interpretano il successo come una conseguenza della loro competenza.


Parliamo di persone che: dimostrano un’elevata persistenza al compito; forniscono prestazioni di alto livello; sono rapidi nell’esecuzione degli esercizi; sono orientati maggiormente sul compito e meno sulle persone; assumono una certa dose di rischio; accettano con soddisfazione la responsabilità delle proprie azioni; desiderano conoscere i risultati dell’attività che svolgono.
Mentre sul piano metodologico, il comportamento di un allenatore è adeguato quando: offre indicazioni specifiche con obiettivi chiari e definiti; incoraggia gli atleti ad assumere ruoli attivi nel rinforzo e nell’appoggio reciproco; preserva il divertimento; garantisce l’appropriatezza dei rinforzi esterni; ricorda che l’azione di ciascun atleta è connessa a una ragione specifica; dedica del tempo alla motivazione di ognuno per avvalersi delle singole esperienze; permette agli atleti di rendersi responsabili nei confronti della squadra o del gruppo di allenamento.
All’interno di un simile quadro generale, la motivazione intrinseca è quella che rintracciamo nel vigore dell’atleta ed è la stessa che sostiene impegno, autonomia e collaborazione. È quella spinta propulsiva che sente l’atleta quando concretizza qualcosa che reputa realmente valido e, di solito, si associa all’entusiasmo o alla passione. Se la si valorizza, il bisogno di essere ricompensati si attenua, il tempo per ricercare il consenso generale si riduce e la focalizzazione sull’obiettivo si accentua.
Il punto essenziale è che spesso si confonde ciò che ci si aspetta dall'atleta con ciò che ha bisogno di fare e questo produce un’incoerenza che inquina non solo il sistema atleta, ma anche quello familiare, societario e federale. La decisione di regolamentare obiettivi, programmazioni e strategie di valutazione sarebbe la cosa migliore da fare per affinare il metodo di funzionamento del sistema sportivo. Eppure non viene ancora presa, non in maniera uniforme.