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tempi morti

Il giovane ha bisogno di muoversi, giocare, scoprirsi. E per fare questo e molto altro ha bisogno di tempo. Un tempo fatto di collegamenti, istinti, pause, sguardi, intuizioni. Un tempo fatto di gioie e di delusioni. Eppure, quando si inquadra un’esperienza sportiva, a volte se ne fraintende il significato; succede che una parentesi colma di creatività, discrezionalità o empatia, pensata per favorire l’autonomia del giovane, si interpreti come il “tempo morto” in un pomeriggio di allenamento. Mentre in quello spazio c'è dell’altro, che ha dell'incredibile ed è vitale.
Se si fa attenzione, il "tempo morto" si riconosce al volo; ha una sua impronta ed è ben definito.
È quello in cui il giovane viene abbandonato nel contesto in cui si trova, è quello in cui la trascuratezza prende il posto della reciprocità ed è lo stesso in cui l’allenatore perde il senso delle sue proposte.
Per riuscire a definire i "tempi morti" ci vuole occhio e per farlo è importante comprendere che allenare il corpo, convinti che la mente faccia da sé, è un imbroglio. L’evoluzione del cervello non gode di vita propria. Il vero allenatore è colui che educa trovando il tempo e la tranquillità per stabilire delle connessioni continue.


Bisogna procurare stimoli diversificati e polivalenti e se libertà e responsabilità sono un valore, una volta in campo, occorre dare spazio alla sintonia e all’entusiasmo ed affinare la consapevolezza, perché resti al passo con la vita. Sono queste le opportunità da offrire. A tutti. In campo e fuori.
In questi termini, però, mi verrebbe da chiedere: siamo davvero così sicuri di riconoscere i "tempi morti”?