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Gli Australian Open con la finale di quest’anno non solo ci hanno emozionato, ma ci danno modo di riflettere su un aspetto che conferisce al tutto un sapore davvero eccezionale. Credo che si possa e si debba farlo per rendere omaggio a due uomini che hanno dato forma a un duello memorabile.
Forse è tempo di considerare il valore del recupero. Di sottolineare quanto sia preziosa l’occasione di rallentare, soprattutto quando le attese o la pressione compromettono il gusto di divertirsi. Di sintonizzarsi con tutto e tutti quando per riprendersi serve più che mai un lavoro di squadra. Di riconoscere che solo le tue capacità possono fare la differenza quando sei lì a lottare per rimontare tre, quattro o cinque game, come Federer nel quinto set.
Forse. Perché di certo c'è solo l’indubbia bellezza della finale tra Federer e Nadal.


Da un lato c’è chi ha concluso accennando alle difficoltà e agli acciacchi degli ultimi tempi, dall’altro chi ha sorriso, confessando la gioia di aver ripreso a giocare e la sorpresa di aver vinto.
Ma il fascino indiscutibile è proprio in quella limpida serenità dipinta sul volto, in quell’espressione abbinata a una strabiliante padronanza, che è quella di combattere contemplando l’eventualità di una sconfitta, di un pareggio o di quello che sarebbe potuto essere e naturalmente non è stato. Perché è anche così che si arriva a spuntarla in una finale come quella di Melbourne, a trentacinque anni.