CPSPescara obiettiviDomanda: “Sai quanti anni avrò quando arriverò a giocare in serie A?”

Risposta: “Gli stessi che avrai se non ci arrivi.”

Quando sentiamo il bisogno di portare avanti una qualsiasi attività, alcune affermazioni ricorrono con evidente frequenza. Per esempio, “Ormai sono grande per cominciare un altro sport” si accoppia bene con “non ho sufficiente talento per riuscire”, un altro alibi perfetto che funziona a botta sicura per aggirare nuove esperienze.

“Ormai è tardi” la cantava Vasco Rossi negli anni ‘80, ed è una tipica frase, addirittura del periodo adolescenziale, che diciamo a noi stessi ancora oggi (e agli altri, se ci chiedono) per salvaguardare quel tanto o quel poco che siamo riusciti a mettere assieme nel tempo che abbiamo avuto disponibile. Salvo poi scoprire, andando a curiosare, che un tale Marcus Willis, l’anno scorso (2016), da numero 775 della classifica ATP, è arrivato a giocare sul Center Court dell'All England Club il torneo di Wimbledon. E con chi, poi? Con Roger Federer, che di recente (all'età di 35 anni), ha trionfato a Miami, dimostrando anche lui dal canto suo che il tempo è relativo, quando sono in ballo obiettivi e processi validi.

A volte, sento dire dagli atleti, con un tono denso di sorpresa e di sconforto, che non hanno tempo per riuscire ad arrivare ad un livello importante. Quando dico loro che è una questione di consapevolezza, di atteggiamento e di strategia, la loro reazione non sempre è convinta; ed è per questo che le convinzioni vanno supportate e sperimentate. Perché in realtà le esplorazioni possibili vanno testate sulla nostra pelle.

La cultura sportiva (e non solo) del successo, programmato e necessario, induce all’errore chi la adotta con superficialità, ed accade così di svuotare i metodi da cui, invece, non possiamo sottrarci nella realtà dei fatti. Agli atleti dico spesso d’immaginare di preparare tre borsoni e di distribuire separatamente i loro obiettivi di risultato, di prestazione e di processo. Capita che il più pesante sia quello con gli obiettivi di risultato, di cui gli atleti, anche giovani, sembrano essere pressoché consapevoli; salvo poi accorgersi, riempiendo gli altri due borsoni e dovendo scegliere quale portare al prossimo allenamento, che quello con gli obiettivi di processo è il più allettante. Ed è lì dentro, infatti, che ripongono tutta la creatività necessaria per accettare e sviluppare il bisogno di crescita e di autonomia che a quel punto non possono più rifiutare, e che alla lunga si dimostra il più appagante e promettente una volta soddisfatto.

Ci piace concentrarci su quello che abbiamo realizzato e su quello in cui vogliamo riuscire, e lo facciamo immaginando il successo; eppure la creatività non sta nel fatto, ma nel fare. Questo non vuol dire che i traguardi raggiunti grazie al lavoro che svolgiamo siano privi di valore, ma che ponendo attenzione sul processo la nostra creatività si rigenera, mentre concentrandoci sul risultato la stessa capacità appare inutile.

Dall’attuale sistema sportivo orientato al risultato stiamo traendo un’ossessione sorprendente per i gesti perfetti, i corpi scolpiti e le carriere impeccabili. Ignorando, ad esempio, che tutto questo è un impedimento all'attività immaginativa di cui ormai la psicologia dello sport tratta con dovizia di particolari, teorici e applicativi. L’umiltà e l’apertura mentale dell’atleta che si sente alle prime armi, e che quindi veste i panni del principiante, facilitano l’esplorazione; e l’esperimento, si sa, porta al compimento.

Se vogliamo che l’atleta comprenda come procedere, sia nelle competizioni che in allenamento, coniugando così gli obiettivi di processo con quelli di prestazione, oltre quelli di risultato, diamogli il tempo di esplorare, di sentire e di appassionarsi a quello che sta compiendo. Per ora la soluzione è questa e non la troviamo neanche nei tre borsoni, ma nella soddisfazione della curiosità personale che è una delle migliori fonti di felicità!