Roberto Baggio Italia 90

Che si parli in termini di quotidianità, studio, lavoro, crescita personale, la motivazione ormai trova puntualmente ampio spazio; e nello sport, è un argomento che molto spesso diventa oggetto di un'attenzione sostenuta da parte dei tecnici e non solo.

Ora, l’applicazione del Goal Setting di sicuro ha un suo significato; basta dare un’occhiata in letteratura e se ne ha la conferma immediata, ma forse vale la pena soffermarsi anche su un altro aspetto, e partire da un dubbio spinoso, ma utile.

È realizzabile un progetto che sveli le motivazioni di un gran numero di atleti?

Proviamo a dare una risposta.

Mettiamo il caso di voler utilizzare dei metodi di indagine, finalizzati a rivelare gli aspetti mentali - inclusa la motivazione - legati alla versione più attuale dello sport. Si potrebbero, per esempio, raccogliere informazioni tra coloro che vivono direttamente l’ambiente sportivo; e gli spunti di indagine potrebbero essere numerosi, ad esempio: l’agonismo, le sensazioni abbinate al gesto atletico, le peculiarità di una specifica disciplina, le relazioni interne all’ambiente sportivo, e bla bla bla.

Cosa si fa quindi sul piano metodologico?

Be’, credo che qui si tratterebbe di offrire all’atleta la possibilità di esprimersi in assoluta libertà, in un contesto del tutto familiare, e garantirgli nel frattempo la sospensione piena del giudizio.

 

Trattando di motivazione, si sa che c'è chi intende lo sport quasi come fosse un dovere (inconsapevole, è naturale!) e chi, invece, lo percepisce come una scelta, un piacere o, addirittura, un divertimento.

Ma torniamo al nostro dubbio. Se il fine è conoscitivo, bisogna immaginare un’indagine che sia dettata da un atteggiamento aperto, rispettoso, direi empatico; sempre che l’obiettivo sia quello di approdare a delle risposte attendibili, diverse ma, soprattutto, autentiche.

Ormai è assodato che la motivazione migliore è quella intrinseca, ma la realtà è che per conoscere le persone bisogna guardarle negli occhi e riconoscerne lo sguardo, in particolar modo se parliamo di giovani.

Nei fatti, per scoprire le risorse di ogni singolo atleta, bisogna passare tramite l’inevitabile rapporto con l’ambiente a cui appartiene e partire dal presupposto che per compiere vere e proprie imprese sportive, occorre estraniarsi da stimoli inutili, e credere nella semplicità delle azioni capaci di onorare il coraggio, l'impegno e la reciprocità.

La lucidità di compiere un gesto sportivo, la capacità di esprimere i punti di forza, la consapevolezza dell’equilibrio associato all’eccitazione e il sentimento di svago tipico dello sport, sono elementi indiscussi per progettare.

Prendere spunto da quello che già c’è e non forzare alcun sistema; credo che questo sia un principio generale con cui tutti possiamo misurarci.

L’atleta si mette in gioco per essere accolto, conosciuto e compreso per quello che è, e non per quello che deve rappresentare.

Bisogna formarlo non solo perché impari a correre, saltare, nuotare, pedalare o quello che c'è da fare, ma perché scopra una modalità efficace con cui relazionarsi all'interno del proprio sistema.

Lo sport dà alla persona l’opportunità di manifestare se stessa.

Accettare e riconoscere le proprie caratteristiche, passando attraverso gli elementi qualificanti una disciplina sportiva, è un processo irreversibile che conduce verso la scoperta sicura del proprio valore.

È importante che l'atleta di successo sappia prescindere dal bisogno imposto di dimostrare qualcosa che vada oltre quello che sente di essere.

In questo modo si arriverà ad un esempio nuovo, quello di un atleta felice perché consapevole che la piena conoscenza di sé è all’origine di tutto quello che lo sport può permettere.