Punti di vista

 

punti di vista

Mensilmente, sarà possibile consultare questa pagina per approfondire il punto di vista delle ultime settimane; un parere sulle questioni sportive più rilevanti, firmato da Margherita Sassi (Responsabile del CPSPescara, Psicoterapeuta e Psicologa dello Sport).

 

 

 

assist

Spesso, il bello è che alla fine viene fuori che vostro figlio non solo si diverte a fare sport, ma che vuole diventare un agonista. E subito salta all'occhio un "piccolo" problema: bisogna essere di supporto.
Di solito funziona così.
A seconda delle circostanze, quando inizia a competere potrebbe essere necessario accompagnarlo ad allenarsi e a gareggiare (anche in trasferta) e quindi adattare la famiglia ai ritmi della stagione agonistica.
In pratica, saranno indispensabili un budget adeguato ai programmi e una spiccata lungimiranza sulle eventuali spese, almeno di medio termine. E poi bisognerà comprendere le sue esigenze, malgrado a voi sembrino tutt’altro.
Di conseguenza, pazientare. Pazientare a lungo.
Imparare a guardare e ad apprezzare uno sport, se non è amore a prima vista.
E vedere vostro figlio stanco, a volte esausto, protagonista di uno sviluppo, che lo immerge in una fitta rete di relazioni da cui viene reclutato senza sosta. Un groviglio d’impegni scolastici, amici, app, primi amori e la propria famiglia.
Piangerà.
Eccome se piangerà.
E magari non saprete mai il vero motivo, né voi né lui. Forse perché la stanchezza sopravanza. Oppure per una sconfitta, un senso d’inadeguatezza, una rinuncia a qualcuno o a qualcosa o, ancora, per quel picco di frustrazione, che sembra un falco.
Crederete che il suo sia un errore. Quello di pensare sempre e solo allo sport. Silenzierà l’amore adolescenziale, all’università rinuncerà all’eccellenza e i suoi compagni di squadra saranno la sua famiglia.
Tra di voi, sarete in difficoltà nel gestire i conflitti fino a litigare, perché le sue priorità non saranno le vostre ed essere empatici diventerà una sfida senza tempo.
Ma da un momento all'altro, la bella notizia è che, al di là dei grattacapi, emergono nuovi risvolti.
Naturalmente non parlo delle vittorie, tantomeno di quelle immediate, che procurano più guai che soddisfazioni.
D'accordo, allora volete sentire quali sono questi risvolti?

rizzolatti festival pistoiaSarà che nel ’95, durante il mio primo anno di psicologia ad Urbino, frequentavo assiduamente il corso di antropologia culturale, scelto tra gli esami definiti allora complementari.
Sarà che io, quel professor Tiboni, lo ascoltavo volentieri, e pure parecchio; ammirando il trasporto con cui ci parlava della sua materia come fossimo un centinaio, quando di rado riempivamo disordinatamente sette, otto sedie al massimo.
Sarà che ricordo, con certezza, tanta curiosità. Un atteggiamento gentile ed un tono pacato di voce. I capelli bianchi, una forma tondeggiante e l’impegno nel dimostrarci che quel sapere di cui trattavamo si sarebbe integrato perfettamente qualsiasi strada avessimo intrapreso, personale o professionale.
Sta di fatto che, lo scorso venerdì, sono tornata al Festival di Antropologia culturale di Pistoia; io che sono piuttosto incline alle novità e non preferisco raddoppiare le esperienze. Ma questa volta desideravo sentire Rizzolatti di persona, ed aspettavo l'occasione da oltre quindici anni.
Tutto è partito tra il 2003 e il 2004, dopo aver letto La mente relazionale e Alla Ricerca di Spinoza; in quegli anni, ho cominciato ad assecondare il mio interesse per i neuroni a specchio. In seguito - dal Cervello sociale in poi - non ho più smesso d’insistere sull’esercizio consapevole dell’empatia. Soprattutto nel contesto sportivo.
Così, a quanto pare, è bastato ammirare in presa diretta il pensiero di Rizzolatti, seduta in Piazza del Duomo, per contenere la mia indole e finalizzare un weekend d'eccezione.
Quando nel 2000 ho iniziato a lavorare e a mettere a fuoco la cresibilità®, il carattere interdisciplinare della psicologia dello sport, che si stagliava nei manuali in circolazione, è stato per me amore a prima vista. Il dovere d’indagare gli aspetti essenziali del mio settore di studio e d’intervento, attraverso i campi d'indagine ad esso complementari, mi avrebbe spinto, prima o dopo, più o meno lontano; ed infatti, ad oggi, sembra essere la causa prima di una flessibilità di ragionamento che mi è oltremodo necessaria. Una modalità utile non solo nei diversi contesti di pensiero, ma anche nel perseguire un quadro di ricerca che possa integrare le mie idee, ispirate ad una concezione dello sport inteso come espressione dell’uomo, in quanto sistema sia individuale che collettivo.

didattica pedagogia

L'ambito della didattica mi piace da sempre. Sarà che provengo da studi psicopedagogici, ma pedagogia ed andragogia sono tra i miei settori di applicazione preferiti. I processi di apprendimento mi stimolano costantemente a indagare e a creare soluzioni originali. E così, nella pratica, grazie a questa attitudine, faccio lezione in diversi contesti e, ogni volta, valuto con scrupolo le situazioni che si creano, per cogliere delle novità. Il motivo per cui sono qui a raccontare nasce proprio da una valutazione recente, una delle tante.
Nei giorni scorsi ho conosciuto una ventina di persone, compresa una sportiva doc, che parlava di movimento, alludeva alla biomeccanica (con disinvoltura), faceva domande ed era interessata al timing. Ma non solo, si destreggiava nel goal setting come fosse un’abitudine.
Argomento dopo argomento, questa persona mi ha fornito elementi continui, permettendomi di dedurre quanto fosse consapevole di porsi degli obiettivi, malgrado una mancanza rischiosa di alternative.
Entrata in aula, come di consueto, sapevo del compito che avrei svolto nei suoi riguardi (e in quelli della classe). Volevo trasmettere l’interdisciplinarità del lavoro che faccio, dimostrare (dati alla mano) gli scopi da attribuire allo sport e valorizzare il benessere psicofisico, tramite l’attività motoria. Ma il compito di quella sportiva doc nei miei riguardi? Quale sarebbe stato? Come al solito si trattava di un'incognita, ed è venuto a galla per gradi, mentre le idee che suggeriva si stagliavano dalla sua storia sportiva.
Provo a sintetizzare il tutto.
Una “carriera” iniziata nei primi mesi di vita; scandita, anno per anno, da obiettivi necessari e, a volta, perentori, ma soprattutto impreziosita da legami umani memorabili.
Ho osservato i comportamenti, le parole e le emozioni che quella persona ha condiviso generosamente in mezzo agli altri, a tratti spettatori di una performance individuale.
In una manciata di ore ho estratto elementi inusuali con cui definire scenari da rilanciare al più presto, e mi sono divertita a scovare un'autentica sportività su cui ho incentrato la lezione.
È inutile ..., può anche essere lontano dalle rubriche dei giornali, dai campi di gara o dai titoli iridati, ma lo sportivo vero si riconosce! È chi ogni giorno trova una soluzione ai suoi problemi, e pur avendo un numero limitato di opportunità, ne gode fino all’ultimo minuto; chi mette a nudo i propri limiti ed ha fiducia negli altri, senza pretendere chissà quali prove a favore.

convegno Pescara

Ho atteso qualche giorno per fare un primo bilancio di quello che abbiamo realizzato lo scorso marzo. In effetti, siamo riusciti a muoverci in forza di un'idea proiettata verso il futuro e scaturita, in parte, da una storia che è quella che sto per accennare.
Nel 1929 nasceva la Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI), e cinquanta anni dopo (1979) si ponevano le basi per il riconoscimento della Psicologia dello Sport come materia fondamentale nella Medicina dello Sport. A distanza di un decennio (1989), veniva approvata la Legge Ossicini, con la quale si istituiva l’Ordine degli Psicologi. Quest’anno (2019) a Pescara si è svolto il 1° Convegno di Medicina e Psicologia dello Sport, e tra le istituizioni patrocinanti c'erano: la FMSI, l'Ordine degli Psicologi e la Regione Abruzzo.
Mano mano ci siamo accorti che, nell'approfondire e condividere questi riferimenti, siamo entrati, in punta di piedi, in un progetto per il quale serviva tutta la fiducia accumulata negli anni. Quel numero nove, che tendeva a ripetersi, sembrava quasi scandire un ritmo. E pur essendo altalenante, era proprio quello che volevamo recuperare: un ritmo necessario.
Adesso ci siamo.
Bisogna elaborare le ipotesi emerse dal Convegno dello scorso 15 marzo, consolidare il partenariato rinnovato, e metterlo al servizio di una società civile, riconfermare quella lungimiranza con cui, quasi vent’anni fa, mi sono avventurata personalmente. Allora, forte della mia giovane età, mi spingevo a cercare degli ambiti sanitari in cui proporre il lavoro che desideravo svolgere, quel lavoro da psicologa che il 22 dicembre del 2017 è diventato professione sanitaria. Mi sono a lungo destreggiata nel settore della prevenzione della promozione - degli stili di vita in azienda e dell’educazione sportiva a scuola - tenendo a mente che, in seno alla Medicina dello Sport, il ruolo dello psicologo avrebbe garantito un apporto indispensabile. L’ho fatto, puntando dritto allo sport in quanto salute, educazione e sviluppo, e contestualizzando la prestazione come conseguenza naturale di un lavoro di buona qualità (una prestazione, oltretutto, trascurabile quando le motivazioni restano silenti). Anno dopo anno, la scelta di coinvolgere le scuole, le amministrazioni pubbliche, la Medicina dello Sport, il CONI, le Federazioni ed il settore privato, mi ha permesso di cimentarmi nelle più svariate circostanze. E, forse, la tenacia di riprendere le fila di un discorso aperto, emerge da questo trascorso lavorativo, fatto di adattamenti continui, di una puntualità necessaria e di una dignità piena di speranza.

nuoto Le Naiadi

Lunedì, mercoledì e venerdì, gruppo sportivo a scuola, con mia madre ed i suoi alunni.
Martedì, giovedì e sabato, in piscina, con mio padre ed i suoi allievi.
E ancora lì, in piscina, sempre di sabato, a vedere la squadra di pallanuoto di mio fratello che giocava.
Infine, domenica, con tutta la famiglia, a controllare i risultati delle partite e la schedina del Totocalcio, immaginando di vincere e di realizzare assieme un Centro sportivo polivalente.
Tutto questo nei mesi della scuola.
D’estate, invece: mare, gare di nuoto dell’U.N.U.C.I. e ritiri tennistici dell’A.N.I.E.F.A.T.. In bici dovunque, e addosso la voglia di vivere le giornate più lunghe dell’anno, in movimento, all’aperto.
Chissà! … forse, era un modo come un altro per aspettare l’adolescenza e quel fantastico mese in camper, che si sarebbe ripetuto una volta all’anno in giro per l’Europa, consolidando un senso di sicurezza rivolto al futuro.
Nel bene o nel male, la mia infanzia si è svolta esattamente così. E magari, senza saperlo, mi stavo preparando anche a prendere una decisione che, per certi versi, sarebbe stata necessaria … quella di scegliere di giocare a pallavolo, croce e delizia del periodo adolescenziale ed universitario. Ma il bello è stato che, nella continuità di quei tredici anni così rigogliosi, ho potuto mettere a fuoco lo sport, i suoi risvolti e la sua intramontabile funzione.
Oggi, ho la fortuna di pensarlo quotidianamente, di sperimentarlo e di rendermi disponibile a migliorarlo; ed è proprio di qualche giorno fa, l’esperienza di un giovanissimo collega che mi chiedeva dove sono scritte tutte le “cose” che so del mio lavoro.