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progettazioneDa ragazza sentivo forte la complicità del 1° gennaio e avviavo puntuale i progetti ad inizio anno. Ora le tempistiche sono cambiate, ma trascurare la fase di decollo di questo 2020 è impossibile, e svelare la mia propensione ad affrontare i problemi di lavoro mi sembra un bel modo per onorare la tradizione.
Ogni progetto sportivo al quale mi dedico, poco importa se grande, piccolo o di quale ambito esso sia, rappresenta per me una sperimentazione sul campo tramite cui aggiungo sicurezza e precisione al metodo che utilizzo.
Progettare è una questione di pratica e mi richiede un approccio sistematico fatto di regole, operazioni, valori oggettivi, che con il tempo trasformo in strumenti. Non è qualcosa di assoluto e definitivo e non significa raggiungere risultati particolari. Piuttosto ha a che fare con la cura dei rapporti umani implicati e il mio modo di processare le diverse strategie d’intervento, magari scoprendo dei dettagli che metto a disposizione degli altri.
Un modo efficace con cui io procedo è quello di identificare uno ad uno gli aspetti salienti del mio lavoro, scegliere il più adatto al contesto, studiare approcci e collegamenti, capire i problemi, trovare le soluzioni e coinvolgere l’ambiente nella sua complessità.
Ormai ho assodato che l’importante è non sentirmi in dovere di fare sempre e tutto, ma adoperarmi implementando tempi e spazi di esecuzione. I lavori possono rientrare in programmazioni medio-lunghe, lunghissime o concludersi in una settimana.

E così quando spulcio tra le fasi della mia progettazione, magari anche cose vecchie, emergono idee e suggerimenti derivanti dalla volontà di re-interpretare lo sport e ristabilire una prospettiva in cui porsi, a seconda del contesto di appartenenza. Ma affiora dell'altro: uno dei principali ostacoli a questo mio proposito, la sensazione di non riuscire ad ottenere riscontri positivi, laddove per me sarebbero una naturale conseguenza. Credo sia la frustrazione tipica di chi lavora per lo sport secondo una progettualità interdisciplinare, a lungo termine, pensata per la salute della collettività e per la performance di una élite che, in barba alla sfortuna, gode del pieno supporto del proprio ambiente sportivo.
Oggi riesco ad accettare che alcuni atteggiamenti mi sembrino validi ed altri no, e che a volte il comportamento delle persone, nei ruoli loro assegnati, esprima dei principi evidentemente distanti dai miei. Magari è proprio questo il motivo per cui sono legata allo sport: per quello che tradiscono alcuni comportamenti e per quello che, invece, altri dovrebbero favorire.
Il caso ha voluto che lo scorso 27 dicembre abbia gioito leggendo la testimonianza di Gabriele Gravina su Sky. Il Presidente della FIGC dice di aver capito di primo acchito che Roberto Mancini era l'uomo giusto per ripartire con la Nazionale maschile. I due hanno un ottimo feeling in termini di progettualità, condividono la visione di valorizzare il talento dei giovani e d’investire su un’idea di gioco. Apprendere che il calcio italiano stia rinascendo dalle scelte coraggiose di un tecnico e da una programmazione impostata per i prossimi dieci anni credo sia riassicurante e promettente. Simili verità sono statisticamente insolite e non sempre è facile prenderne atto, ma siamo qui per questo, per invertire la tendenza ed allargare la base cercando delle soluzioni.
I propositi ci sono ... buon anno a tutti!