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progettazioneDa ragazza sentivo forte la complicità del 1° gennaio e avviavo puntuale i progetti ad inizio anno. Ora le tempistiche sono cambiate, ma trascurare la fase di decollo di questo 2020 è impossibile, e svelare la mia propensione ad affrontare i problemi di lavoro mi sembra un bel modo per onorare la tradizione.
Ogni progetto sportivo al quale mi dedico, poco importa se grande, piccolo o di quale ambito esso sia, rappresenta per me una sperimentazione sul campo tramite cui aggiungo sicurezza e precisione al metodo che utilizzo.
Progettare è una questione di pratica e mi richiede un approccio sistematico fatto di regole, operazioni, valori oggettivi, che con il tempo trasformo in strumenti. Non è qualcosa di assoluto e definitivo e non significa raggiungere risultati particolari. Piuttosto ha a che fare con la cura dei rapporti umani implicati e il mio modo di processare le diverse strategie d’intervento, magari scoprendo dei dettagli che metto a disposizione degli altri.
Un modo efficace con cui io procedo è quello di identificare uno ad uno gli aspetti salienti del mio lavoro, scegliere il più adatto al contesto, studiare approcci e collegamenti, capire i problemi, trovare le soluzioni e coinvolgere l’ambiente nella sua complessità.
Ormai ho assodato che l’importante è non sentirmi in dovere di fare sempre e tutto, ma adoperarmi implementando tempi e spazi di esecuzione. I lavori possono rientrare in programmazioni medio-lunghe, lunghissime o concludersi in una settimana.

pocket S8* Autore: Margherita Sassi

* Produttore: Centro di Psicologia dello Sport, Pescara CPS-P

* Dimensioni: cm 10.5 x 7.5, n. 8 pagine, chiuso

* Carta semplice: un foglio A4, colore bianco

* Involucro: cartoncino di colore verde, blu o rosso, a seconda del contenuto, con molletta/graffetta

* Costo compreso nella quota di iscrizione all’aggiornamento

* Uso dichiarato: pocket informativo

* Funzionalità: questo strumento svolge due funzioni: una è quella di informare, l’altra di organizzare la cresibilità in tre sezioni: creatività, sensibilità e qualità

triangolo pitagoraTra i buoni propositi di quest'anno ne avevo uno bello pesante: non sprecare tempo ad arrabbiarmi, a causa di situazioni per le quali avrei potuto fare poco o nulla, e devo ammettere che proprio in questi giorni stavo per cedere alla tentazione, ma invece no, non lo farò! Semmai, ne parlo a gennaio.
Per chiudere in bellezza l'anno solare, mi è venuta in mente un'altra cosa: cercare le parole giuste a testimonianza dello sforzo dell’ultimo periodo, quello diretto a formulare meglio la cresibilità, che per chi si fosse sintonizzato solo ora è il paradigma sul quale lavoriamo dal 2013. La molla che mi ha fatto decidere è stata sicuramente la meraviglia di ricevere un'improvvisa serie di domande sull'argomento; che io speri d'incuriosire è sicuro, ma è altrettanto vero che non so porre freno allo stupore quando accade. Fatto sta che adesso mi tocca spiegare più precisamente il termine. 
Henri Poincaré sosteneva che una connessione innovativa e funzionale tra elementi già esistenti fosse sinonimo di creatività; ecco, il nostro sforzo nasce da qui. Facciamo di tutto per correlare i settori della cresibilità e per far sì che il sistema sportivo, negli anni avvenire, possa avvantaggiarsene concretamente.
Gli scopi principali di tanta laboriosità sono tre: tradurre la teoria nella pratica e viceversa; sistematizzare una modalità applicativa fruibile dai professionisti; integrare creatività, sensibilità e qualità. E tre sono anche gli elementi di approfondimento su cui elaboriamo le ipotesi d'intervento. Provo ad elencarli.
La creatività, in quanto capacità cognitiva, è ormai presente in letteratura con dei dati consolidati e delle fonti bibliografiche notevoli e prevenienti da tutto il mondo. Considerando l’applicazione nell’età dello sviluppo, prevede un ambito d'intervento molto esteso che comprende, per esempio, le funzioni esecutive. Lavorandoci continuativamente da quattro anni, stiamo analizzando le prime ricadute degli strumenti messi a punto sul piano metodologico.
La sensibilità, intesa in chiave fisiologica, corrisponde alla percezione di quello che il sistema nervoso rileva attraverso i sensi ed è associata a molteplici campi d’indagine, alla misurazione psicofisiologica, neuropsicologica e all’utilizzo, più recente, della realtà virtuale. Trattandosi di un processo psichico strettamente collegato al corpo e alle sue specifiche caratteristiche, il suo valore all’interno del paradigma è imprescindibile ed è consigliabile lavorarci a partire dall’infanzia.

triangolo pitagora

 "Scrivo per condividere alcune riflessioni e perplessità che, come mamma di tre giovanissimi sportivi (agonisti), ho maturato in questi anni. Scrivo perché credo fortemente nel valore educativo e sociale dello sport, antidoto potentissimo contro tante malattie che minacciano i nostri ragazzi. Affinché questo sia garantito credo debba avvenire un passaggio culturale importante: dall'allenatore imperatore all'allenatore co-educatore. Oggi infatti quella dell'allenatore sportivo è forse l'unica autorità che, in Italia, non è ancora ‘ridimensionata’".
"
 Assistendo a qualche partita dei miei figli, osservo sempre con sincera sofferenza quei 2-3 bambini/e o ragazzi/e che guardano i compagni giocare, magari sostenendoli con il loro tifo, ma sempre (più o meno evidentemente) imbarazzati e mortificati per la propria posizione. La mia domanda è: che valore ha questa esperienza? Io parlo di un'età cruciale, quella tra i 10 e 15 anni, in cui iniziano a comporsi i pezzi della propria identità personale e sociale: essere ‘messo da parte’ per due ore e 20-30 partite all'anno, è un'esperienza formativa ed edificante? Le federazioni sportive si pongono questo interrogativo? Le lacrime versate in campo fanno crescere. Quelle trattenute in panchina mortificano e basta".
"Poi c’è la conciliazione tra impegni sportivi e vita familiare, ovvero la prassi delle ‘convocazioni’: un termine che noi, genitori di sportivi, ormai temiamo come gli avvisi giudiziari. La convocazione avviene, di regola, un giorno prima, al massimo due. ‘È la norma’, dicono gli allenatori-imperatori, mentre i genitori-spettatori attendono la convocazione come una condanna, che manderà a monte programmi, progetti, speranze. Si costringe a scegliere, insomma, tra lo sport e tutto il resto: una scelta imposta a ragazze e ragazzi di 10 anni, che tante esperienze potrebbero e dovrebbero ancora vivere, nella fase di massima espansione e sensibilità della loro mente".
"È una richiesta che ritengo irresponsabile e perfino ottusa e pericolosa, perché solo una minima percentuale di quei ragazzi potrà avere un futuro nello sport: i più abbandoneranno, o meglio saranno abbandonati quando sarà evidente che non hanno talento a sufficienza. Allora dovranno riprendere in mano la propria vita, in cerca di un'altra passione, che più saranno grandi più sarà difficile trovare. Gli allenatori e le federazioni sportive dovrebbero rifletterci"
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fonte: http://bit.ly/Invece-Concita


Signora Chiara,

ho letto con entusiasmo le sue parole (pubblicate nella rubrica Invece Concita) e ho dato un'occhiata ai commenti. Non riuscendo a stare nei 900 caratteri previsti dal blog, mi permetto di partecipare alla discussione tramite questa pagina, sperando fortemente lei possa arrivare fin qui.
I
nnanzitutto la ringrazio per aver dato forma alle sue riflessioni, ha offerto la possibilità di leggere la sua percezione di un sistema, quello sportivo, capace di procedere a volte come se niente fosse e come se le opinioni di chi ne fa parte, come lei, fossero da circoscrivere a priori, quasi ad insistere sulla dicotomia artificiosa (in cui crediamo con ostinazione) tra “sportivi” e “non sportivi”.