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DivietoAccessoCPSPescara

Finalmente arriva il fatidico giorno ed entro in un palazzo blasonato della città dove vivo. Sono eccitata all'idea di scoprire un posto che m'incuriosisce ormai da anni; prima o poi sarebbe arrivata l'occasione giusta. Lo sapevo e così è stato. Incredibile come il tempo sia davvero galantuomo!

Ѐ un palazzo affascinante e mi appare subito una struttura molto bella, in linea con le aspettative che mi porto dietro; decoro e funzionalità abbondano. C'è un particolare però, piccolo, ma che mi lascia sbigottita. Un divieto di accesso all’imbocco della scalinata che porta ai piani superiori.

Ho appuntamento al quarto piano, e voglio arrivarci a piedi, ma per esclusione un cartello mi obbliga all'utilizzo dell'ascensore. Mi domando quale possa essere il motivo o il problema senza limitarmi ad una soluzione unica.

Il fatto diventa un dilemma senza risposta. Un'intera giornata di corso. Il brivido di violare un divieto. E il gusto di condividere un dubbio con persone sconosciute. Tutto questo misto alla perplessità di accorgermi, nel frattempo, che pronunciare la parola “movimento” per abbinarla al concetto di energia, tra ragionamenti a tema “alimentare”, suscita ancora delle spiccate resistenze che, di questo passo, diventeranno ancestrali.

Eppure, come psicologi dello sport, quando ci adoperiamo nell’applicare un protocollo di allenamento mentale (che non è altro che il mental training) ricorriamo con disinvoltura al concetto di attivazione o di arousal proprio per allenare la capacità di regolare il livello di energia degli atleti, giovani compresi.

Adesso, stando ai fatti della giornata, mi chiedo se è davvero così efficace proseguire nel focalizzarsi sugli atleti. Ed ancora una domanda resta in sospeso, ma questa volta un'ipotesi ce l'ho.

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DirittiSportCresibileElenco dei diritti previsti dalla cresibilità® sportiva in ambito giovanile

1. Riconoscere le proprie emozioni è parte integrante della crescita e della prestazione. La gestione di qualsiasi cambiamento emozionale rientra in un allenamento efficace.

2. L’utilizzo delle regole favorisce l’acquisizione dell’autodisciplina, e le punizioni hanno senso quando sono associate ai comportamenti e non alle emozioni o alle persone.

3. Ognuno può chiedere con franchezza ciò che desidera.

4. Esporre il proprio punto di vista è un comportamento non solo naturale, ma anche rispettoso di una convivenza per la quale contribuire.

5. Esprimere un sentimento di qualsiasi genere, in favore dell’onestà e della gentilezza, è il migliore sostentamento possibile per il gruppo (o la squadra) di appartenenza.

6. Ognuno ha il diritto di divertirsi e di sorridere, sia in allenamento che in gara, all’interno di un ambiente sano e sicuro.

7. Chi viene strumentalizzato deve essere supportato nel recuperare la qualità della propria vita e della propria salute.

8. Ognuno ha il diritto di esercitare la propria creatività, conoscendo limiti e regole dello sport che pratica.

9. Si può decidere di astenersi dall’allenamento o dalla gara, purché si comunichi in maniera leale e quindi responsabile.

10. Ognuno ha il diritto di sbagliare e di ripartire dall’errore commesso.

11. Ognuno ha il diritto di esercitare la propria sensibilità e di non sentirsi pronto.

12. Ognuno ha il diritto di dire “non ho capito” quando c’è un esercizio da compiere.

13. Ognuno ha il diritto di decidere quali responsabilità assumersi nel trovare soluzioni ai problemi del gruppo (o della squadra).

14. Voler cambiare sport è normale, l’importante è farlo senza sentirsi in colpa o inadeguati, ma per la curiosità di provare nuove esperienze.

 

p.s.: la presente Carta prende spunto dall'Art. 31 della Convenzione delle Nazioni Unite per l'Infanzia e l'Adolescenza: "Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e  al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica."

CPSPescara tiroallafune

Nel 2013, quando mi è balenata l’idea di progettare un Corso di Competenza Sportiva, consideravo prioritario partire dall’abc, e cercavo il modo migliore perché le persone potessero scoprire che la formazione sport-specifica è la conseguenza di una competenza sportiva generale e propedeutica, la stessa che il Corso avrebbe preso come punto di riferimento.

Facevo questi ragionamenti perché ero attratta (e lo sono tuttora) dalla prospettiva di accrescere la qualità dell’ambiente sportivo, e oltretutto perché volevo (e lo voglio tuttora) connettere chi crede e dice di essere uno sportivo con chi crede e dice di non esserlo.

Ad oggi mi rendo conto che lo sport interpretato dai Millennials urge di una creatività che troppo spesso viene dimenticata, e solamente coloro che sentiranno il coraggio di avvicinarsi ai confini sportivi sapranno allenarla, perché potranno fare leva sulle differenze e le somiglianze che le persone dimostrano, stando di qua o di là.


Alle porte della quinta edizione del Corso sento di aver tracciato una strada percorribile, sia che si parli di formazione che di applicazione.
 Volendo investire sul futuro dello sport e consolidare la qualità che esprime, penso infatti che sia essenziale rivitalizzare la maggioranza e prendersi cura delle singole persone, quindi delle “convinzioni sportive” che nutrono, e delle “emozioni sportive” che vivono, hanno vissuto o vorrebbero vivere.

Allo sport, serve una base solida, che poggi su una competenza ed una sensibilità che garantiscano ogni forma di specializzazione possibile; e perché si possa raggiungere un simile traguardo, bisogna creare collegamenti dentro e fuori le persone, stimolando l’attenzione necessaria per dirigere la consapevolezza di ciascuno.


Il gioco, l’abilità di fare squadra e l’empatia sono solo alcuni degli argomenti su cui si inserisce il Corso di Competenza Sportiva, un’attività durante la quale la gestione delle emozioni e dei pensieri, così come l’esercizio dell’abilità attentiva, sono il miglior viatico per un processo d’integrazione da intraprendere, in vista di un paradigma, quello della cresibilità®, ancora da scoprire. Detto questo, mi raccomando: vi aspetto l'8 marzo! ;)

CPSPescara infinito

Di solito, quando rientro da un viaggio, elenco "le tre cose più belle e le tre cose più brutte” di quello che è stato. E questa volta, una delle sei (o meglio delle belle) è Fiona, che lo scorso settembre, a diciannove mesi, ha imparato a camminare.

"È stata lenta", mi ha detto la sua mamma, una giovane signora, sorridente come la figlia e comprensiva come il compagno.

Osservandola, si nota che Fiona è ancora titubante nel procedere, ma solo a tratti e nella sua naturale insicurezza è fortemente simpatica.

Negli ultimi due giorni (proprio durante il mio soggiorno a Valencia), come non bastasse, a metterla in difficoltà ci si è messa anche la sua ombra, che come all'improvviso è apparsa in mezzo ai piedi, ingombrante e appiccicosa.

A causa di quella sagoma così insistente, Fiona ha versato qualche lacrima, è sembrata impaurita, e si è mostrata restia a camminare. Per fortuna, però, la fiducia nei genitori e il desiderio di spingersi oltre l'hanno fatta ridere dei suoi timori e giocare con la sua figura sul pavimento.

Ieri mattina, prima di salutarci, Fiona girovagava nel salone della colazione, e appariva addirittura più sicura e disinvolta del primo giorno; superato l’inconveniente, sembrava più spedita. Oggi, ricordandola, mi viene da dire che bisognerebbe essere tutti un po' come Fiona: vivaci, sorridenti e soprattutto, capaci di riconoscere ed accettare la propria ombra, mettendosi nella prospettiva di un infinito in cui credere. Il duemiladiciotto è evidentemente pronto, e ce ne darà la possibilità.