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Bug CPSPescaraLa motivazione allo sport è la base del comportamento dell’atleta, ma prima di chiarirne le caratteristiche vorrei fare una breve premessa. Per cominciare, essa rappresenta un’interazione dinamica tra stimoli diversi, derivanti sia da bisogni personali che da sollecitazioni esterne. Riflettendoci un attimo, trattandosi di un’attività a cui si accede per libera scelta (e così dovrebbe essere!!), lo sport risulta espressione di un comportamento improntato sull’autodeterminazione e l’atto volitivo da cui scaturisce implica una scelta, una decisione ed un’attuazione.
Mi sembra che fin qui sia un ragionamento piuttosto semplice ... la questione purtroppo si complica quando entrano in ballo i luoghi comuni, i fraseggi abusati che li connotano (“è un atleta di carattere”, “bisogna essere cattivi”, “mi prendo tutte le mie colpe”) e le emozioni che, unitamente ai motivi, sostengono il nostro impulso ad agire.
A riguardo, un dato di fatto, riconosciuto ormai per la sua evidenza, è che motivazione ed emozione riportano al concetto di movimento: la prima implica l’oggetto per cui viene adottato un certo comportamento, mentre la seconda consente l’osservazione di come quest'ultimo viene agito, anche e soprattutto sulla base del grado di autoefficacia della persona in gioco.
Questa è la premessa di cui dicevo, ma adesso vorrei stringere l’obiettivo sul piano applicativo per vedere cosa succede dal vero.
Sia il bisogno di movimento che quello di affermazione fanno da basamento alla crescita dell’atleta; gli altri aspetti, che emergono gradatamene, si aggiungono strada facendo. Ma forse è il caso di ricordare qual è l’origine di questi aspetti. Gioco e competizione sono le due sorgenti principali a cui l’atleta può attingere sentendo il bisogno stringente di alimentare il proprio impegno. Impegno che diventa necessario per tradurre in pratica le strategie messe a punto in vista degli obiettivi prefissi e condivisi nel quotidiano. Tutto questo accade con estrema regolarità, mentre in parallelo l’allenatore-tipo si preoccupa di come intervenire e rimediare ai cali di motivazione, effettivi o potenziali che siano.

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CPSPescara felicita gioiaTrovo che sia bello (ed utile) sia leggere che scrivere. Ma lo è anche ascoltare, esprimersi, confrontarsi sulle proprie esperienze; sono modi diversi di crescere. Opportunità di redimersi. Ed è per questo che quando saltano fuori argomenti di conversazione che ho a cuore, tralascio l’impulso di raggiungere un parere unanime. Di solito, per riuscirci mi tocca tenere a bada l’opinione che maturo giorno per giorno, lavorando sui molteplici aspetti che compongono lo sport. Non sempre è facile, ma pare che ci riesca. Alcune volte, le questioni sono annose, altre di attualità, ma non è questo che fa la differenza. A farla è la sorpresa d’individuare di frequente l’atteggiamento di chi fa leva su di sé e sui propri interessi con la presunzione di sapere a priori cos’è giusto e cos’è bene per gli altri. Molti altri. Direi troppi.
E questo senza la sensibilità di arrivare a capire che coinvolgere attivamente chi partecipa a qualcosa, qualsiasi cosa, è il solo modo d’investire su una felicità condivisa. Emozione, quest’ultima, che col tempo può assumere i contorni della gioia.
E chi non sa quanto può essere potente, la gioia!
Questa volta la questione è annosa ed attuale allo stesso tempo. Alludo allo yoga ed ai relativi articoli che, per l’appunto, hanno raccontato la tendenza in voga dell’estate in corso.
Molto semplicemente: credere nel valore di una pratica millenaria, che a giugno ha celebrato la terza giornata internazionale promossa dall’ONU, non può e non deve coincidere con il business che sostiene.

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sacco pieno sacco vuotoQuesta mattina ero in fila alle Poste, vicina a due signori che, parlando di sport, ingannavano il tempo e forse loro stessi.
In effetti parlavano di calcio, che poi è sport, e cercavano di convincersi a vicenda su questioni di vita o di morte, di vittorie o di sconfitte, tanto che, sul finire, uno dei due ha dato un taglio netto alla complessità che sembrava profilarsi. "Non ci sono più calciatori e squadre di carattere". È stata questa la conclusione laconica a cui sono approdati entrambi, complice anche lo scorrere inarrestabile del tempo che consumava le rispettive attese.
Io sono rimasta in silenzio, come era ovvio che facessi; ma era così propensa ad ascoltare, che è stato istintivo per me rubare quel pezzo di conversazione, salvo poi rifletterci in seconda battuta e in piena autonomia.
Lo farò qui, in breve, senza pretese, solo per il gusto di chiarire questioni che contagiano chiunque inducendo (molti) a conclusioni raffazzonate.
Nello sport, ci sono risvolti che hanno una valenza trasversale, e che interessano qualsiasi atleta. Questo perché lo sport è fatto di persone, e se queste corrono, nuotano o combattono, per certi versi non cambia nulla.
Carattere è un termine che rischia di confondere. È una delle nozioni più antiche, spesso ancora oggi viene usata come sinonimo di personalità, ma generalmente si distingue per una connotazione morale; è stata usata infatti per riferirsi alle tendenze comportamentali che fanno sì che una persona, al di là degli ostacoli, agisca secondo coerenza rispetto a determinati costumi o valori.
Quindi il concetto di carattere è davvero vicino a quello di personalità, anche se tende ad accentuare gli aspetti di valore e conformità rispetto agli standard sociali (quando ad esempio si dice di avere un carattere forte o un carattere debole).

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MOMA logo

Azioni Integrate per uno Sport Cresibile - Giugno 2017, Penne (PE)/San Benedetto del Tronto (AP): A/R

Un’esperienza futuristica che trae ispirazione da una storia appetibile.

La storia è quella di Moma, una bambina che era solita giocare, divertirsi e fare dell’allegria la benzina del motore che accendeva ogni mattina.

La sua vita si svolgeva tra il mare e la montagna, passando attraverso laghi, colline, avvallamenti e lunghi sentieri (più o meno impervi!). In estate si divertiva con le onde del mare, in inverno con le ripide discese innevate, e sognava così di acquisire autonomia e sicurezza.

Pochi sapevano godere, come lei, delle preziose opportunità che i luoghi in cui cresceva le offrivano e, per questo, in molti credevano che fosse una bambina eccezionale.

La sua famiglia era un po’ qua e un po’ là, così come i suoi amici e tutte le persone con cui, passo dopo passo, trascorreva intense giornate.

Con gli anni, la sua è diventata una vita fatta di sport e lo sport è diventato il suo lavoro; ma questa è un’altra storia che parla di professionismo, risultati e grandi numeri (magari, la racconteremo un’altra volta …).

Quello che ci interessa è che Moma ha ispirato questo Progetto perché il suo desiderio l’ha spinta, senza sosta, ad andare oltre; il desiderio era quello di condividere la sua passione per la scoperta, la sua forza di mettersi in gioco e il suo coraggio di imparare a vivere attraverso lo sport, complici non solo la sua mente, il suo corpo …!

A volte si accorgeva della fatica di sostenere la sua ambizione, perché capiva che il gioco era complesso, ma puntualmente riusciva ad assecondare il suo desiderio, impiegando l’energia che produceva la sfida.

Moma era convinta di fare qualcosa d’importante e di vero per se stessa e per gli altri.

Era ancora giovane ed aveva già imparato ad immaginare: sognava che un domani le sue regole e le sue abitudini avrebbero mostrato uno stile di vita di cui godere, improntato sulla bellezza e sulla felicità (non le sue, ma di chiunque le avesse cercate).

Grazie al sogno di Moma, viviamo insieme questa nuova avventura all’insegna del divertimento e della curiosità; fine della storia.

Ciao a tutti!

N.B.: MO.MA è un progetto cresibile

Per ulteriori chiarimenti a riguardo è consigliabile contattare il Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..